La memoria del bene vive ancora nei Giusti che riparano il mondo

Gabriele Nissim racconta la storia dei Giardini nati a Milano nel 2003 e ispirati al Memoriale della Shoah di Gerusalemme
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November 7, 2026
La memoria del bene vive ancora nei Giusti che riparano il mondo
Un’immagine del Giardino dei Giusti di Milano / Gariwo
Pubblichiamo la prefazione della storica Anna Foa al volume di Gabriele Nissim Custodire il mondo, Le scelte dei Giusti, appena uscito per Mimesis (pagine 338, euro 26,00). L’autore ripercorre oltre vent’anni di esperienza di Gariwo e dei Giardini dei Giusti insegnandoci che, anche di fronte al male, ciascuno conserva sempre uno spazio di libertà in grado di cambiare il corso degli eventi. Nissim constata che la memoria del passato non ha rappresentato un antidoto di fronte alle guerre e ai nuovi crimini contro l’umanità e sottolinea l’importanza di educare le persone a pensare da sole e ad assumersi una responsabilità. Per questo immagina che i Giardini dei Giusti possano diventare “scuole pubbliche di umanità”, luoghi vivi in cui diffondere l’empatia, il dialogo e la nonviolenza.
Cosa ricordare? Si domanda Gabriele Nissim nelle prime pagine di questo libro. Il male, i genocidi, le violenze oppure il bene, le resistenze al male, i gesti di solidarietà e coraggio? Di qui, una riflessione ampia e profonda sul significato della memoria del bene, sulla sua funzione, sul ruolo che può esercitare sulla costruzione di una memoria civile, sull’elaborazione di esempi in grado di orientare e formare le menti e i cuori. Al centro del discorso sul bene sono i Giusti, coloro che nella vita hanno saputo scegliere, che hanno agito per salvare vite, per volgere gli animi al bene. E ricordarli non vuol dire nascondere il male, ma renderlo semmai evidente rispetto a chi invece, spesso pagando cari prezzi, ha scelto di combatterlo. Chi ricostruisce i percorsi di vita dei Giusti e ne mette in luce l’agire, afferma di per sé l’esistenza dell’ingiustizia, denuncia gli ingiusti che l’hanno esercitata. Non per confondere giusti ed ingiusti, quindi, nasce la ricerca del bene, di chi lo ha compiuto, ma per mostrare che le scelte sono sempre possibili, per insegnare che l’indifferenza è il peggiore dei mali. Oltre naturalmente per la giusta riconoscenza dovuta a chi ha saputo scegliere.
I Giusti, ci ricorda Nissim, non sono i santi. A volte la loro azione è tardiva, e hanno a volte anche loro i loro scheletri negli armadi, come Schindler, nazista e salvatore di ebrei. Sono esseri umani, con le loro debolezze, ma anche con la capacità di scegliere, di decidere e di elaborare un percorso che li porta al bene. Nei giardini dei Giusti dell’umanità, di cui in questo libro si traccia la storia, ci sono uomini e donne che hanno agito per salvare vite umane, che hanno rappresentato un esempio, che hanno combattuto la violenza e la sopraffazione. Ma come nascono i giardini, gli alberi dedicati ai Giusti in ricordo degli atti da loro compiuti? I giardini dei Giusti dell’umanità, creati dall’associazione Gariwo fondata da Gabriele Nissim nel 1999, si ispirano ai Giusti di Yad Vashem, il memoriale creato a Gerusalemme per ricordare la Shoah e gli alberi piantati in ricordo dei Giusti delle Nazioni, cioè di quei non ebrei che hanno salvato degli ebrei durante la Shoah. Ma partendo da questa ispirazione hanno allargato la loro prospettiva fino ad includere tutti i Giusti, verso chiunque, ebrei o non ebrei, di tutti i genocidi e di tutte le violenze. Non per appiattire, mettendola a confronto con altri genocidi e con altre violenze, la natura estrema della Shoah, ma per negarne un’u- nicità che rischia di cancellare tutti gli altri genocidi, in un’assurda concorrenza delle vittime. L’idea stessa del Giusto nasce nella cultura ebraica, nelle leggende talmudiche che ci raccontano che in ogni generazione ci sono nel mondo 36 Giusti, inconsapevoli loro stessi di esserlo, che consentono al mondo di continuare ad esistere e salvano con la loro sola esistenza l’umanità tutta. L’umanità, ripeto, non solo gli ebrei. E prima ancora di queste leggende, è il testo biblico a proporci l’esistenza dei Giusti salvatori, quando Abramo chiede a Dio di salvare Sodoma e la condizione divina per farlo è l’esistenza nella città di almeno dieci Giusti.
Di qui, dall’idea del Giusto, nasce il Giardino dei Giusti di Yad Vashem, istituito in segno di riconoscimento e riconoscenza per i non ebrei salvatori. Ma nasce anche l’idea di giardini in cui tutti i Giusti, verso chiunque sia stata esercitata la loro opera salvatrice, trovino parole che li descrivano, che li pongano ad esempio al mondo tutto. Molti sono i modi in cui i Giusti hanno adempiuto alla loro missione, non solo il salvataggio, cioè la concreta azione volta a salvare una vita, ma l’insegnamento, l’esempio, la spinta alla responsabilità. Non c’è nell’allargamento all’intera umanità dell’azione dei Giusti, nessuna idea di banalizzare la Shoah. È semmai il ritorno all’universalismo della leggenda ebraica, che vede la salvezza indotta dai Giusti come volta a tutti gli esseri umani. È, nell’intento dei Giusti delle Nazioni di Gerusalemme come in quello dei Giusti dell’umanità di Gariwo, la contrapposizione al genocidio del suo opposto, l’esistenza del Giusto. Di qui, da questa straordinaria intuizione della funzione della memoria dei Giusti e del bene da loro compiuto, la grande diffusione dei giardini dei Giusti dell’umanità realizzata in questi anni da Gariwo, oltre trecento, che Nissim ci racconta in queste pagine: quello di Varsavia, quello di Erevan a memoria del genocidio armeno, quello di Tunisi, il primo in un paese arabo, e tanti altri in tutto il mondo, per tutti.
Ma la memoria così declinata non può essere solo un’etichetta su figure o pensieri del passato. Come il compito dei Giusti supera quello di salvare per essere un monito, un insegnamento, un’assunzione di libertà, così esso guarda al futuro e all’oggi e non solo al passato. Un oggi oscuro, segnato da mille violenze e sempre più volto a esaltare l’uso della forza nei rapporti tra i popoli e in quelli tra i popoli e i loro governi. Guarda alle guerre, alle violenze, ai genocidi dell’oggi, per trarne insegnamenti e guida per il domani: lo stesso compito, di prevenire il dilagare della violenza e dei genocidi, che nel 1944 Raphael Lemkin, quando ancora in Europa partivano i treni piombati per Auschwitz, attribuiva alla sua elaborazione dei diritti umani e del diritto internazionale, un tema anche questo molto caro a Nissim. Il libro si sofferma su molte delle guerre e violenze che segnano il nostro drammatico presente, come la guerra di aggressione russa all’Ucraina o che hanno segnato la nostra storia di ieri, come il gulag, ma ha anche come sfondo ineludibile quel che sta succedendo a Gaza e nella West Bank. Perché uno dei principali insegnamenti dei Giusti è che di fronte al male non si può tacere, che non esistono attenuanti non solo per chi compie il male ma anche per chi lo guarda compiersi senza alzare alta la voce. E che alzarla è possibile. Ma questo insegnamento va spiegato, trasmesso, fatto proprio. Ricordo che nel giardino dei Giusti di Milano, a Monte Stella, creato nel 2003, i giovani guardavano in silenzio gli alberi, le etichette che spiegano che cosa hanno fatto coloro a cui sono dedicati. Imparano che la storia è libertà e che dentro questa libertà c’è spazio per l’azione di ognuno, piccola o grande che sia. I loro sguardi sono assorti, riflettono. L’insegnamento del bene richiede anche, certo, la conoscenza del male, ma ha un obiettivo in più, insegna, offre un esempio, guarda avanti. A Milano come negli altri giardini che sempre più costellano il mondo per insegnarci come guarirlo, come “rammendarlo”. Viviamo anni bui. Ma questo libro ci offre, nel suo percorso, una speranza, ci apre delle possibilità di salvezza. Tutti le chiedono, tutti le chiediamo, i giovani in particolare, che vogliono capire. Riflettere sulla memoria del bene è anche un modo privilegiato di capire.

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