Lacrosse 120 anni dopo, l’Italia è pronta ai Giochi
Sono soltanto 200 gli atleti italiani di questa disciplina, sviluppata in Nordamerica, che torna a essere specialità olimpica. L’azzurra Ravelli: «Pochi, ma puntiamo a Los Angeles»

«Il nostro primo obiettivo in Spagna è qualificarci al Mondiale, un passo fondamentale per continuare a giocarci la qualificazione alle Olimpiadi del 2028». Così Benedetta Ravelli, 33 anni, milanese, inquadra gli Europei femminili di lacrosse, sport che ai Giochi di Los Angeles tornerà nel programma a cinque cerchi dopo 120 anni. «Personalmente – spiega la giocatrice del A.S.D. Lacrosse Milano Baggataway, il primo club femminile in Italia – spero di dare il miglior apporto possibile e pensando alla squadra vorrei che questa esperienza servisse a cementare ancora di più il gruppo». Ravelli, di ruolo centrocampista, non è solo una delle leader della Nazionale azzurra, ma anche una delle pioniere del movimento in Italia. «Ho cominciato nel 2009, avevo 15 anni – racconta Benedetta – e avevo conosciuto il lacrosse tramite amici di amici. Inizialmente non avevamo un campo e ci allenavamo al Parco Sempione di Milano. Quando mi sono avvicinata a questo sport pensavo che avremmo giocato al massimo qualche partita internazionale». «Mi è piaciuto il senso del gruppo – aggiunge Ravelli – ma anche che il lacrosse è uno sport in cui la prestazione individuale conta e dove c’è spazio per migliorarsi».
Da quando Benedetta ha iniziato, molto è cambiato in Italia per il gioco di origine nordamericana in cui due squadre, i cui componenti sono dotati di una stecca e indossano protezioni, si affrontano su un campo da calcio cercando di fare gol con una pallina. «In Italia - spiega Alessandro Cavallaro, presidente della divisione Lacrosse della Federazione Italiana Hockey (FIH), di cui il lacrosse fa parte dal 2023 - ci sono circa 200 tesserati tra uomini e donne, distribuite nel nord Italia fino a Bologna, più una squadra recentemente costituita con sede a Roma». «Si giocano un campionato maschile e uno femminile a livello assoluto sia per la versione field che per quella sixes, il formato “olimpico”», aggiunge il presidente Cavallaro.
Uno sport che negli ultimi dieci anni si è evoluto profondamente anche a livello internazionale. «Innanzitutto sotto il profilo regolamentare – racconta la giocatrice azzurra – siamo passati da dodici a dieci giocatrici per squadra e invece di due tempi da 30 minuti, se ne giocano quattro da 15. In più è stato introdotto, tranne negli ultimi minuti, il running time, il cronometro cioè non si ferma mai e c’è un tempo massimo per concludere le azioni». Per l’Italia, come per altre nazioni europee, fondamentale è l’apporto delle giocatrici cresciute in Nordamerica. Anche grazie al loro contributo la selezione femminile ha vinto quest’anno i Mondiali di Division II (la seconda serie del lacrosse mondiale). «Alzano in maniera considerevole il livello del nostro gioco – racconta Benedetta –, disputano campionati universitari molto competitivi e hanno delle conoscenze tecniche e una capacità di gestione della partita che ci fanno crescere tanto. Ci hanno insegnato molto». «In più – prosegue l’azzurra – con molte di loro si è creato un rapporto di amicizia. Sono davvero appassionate e per alcune il lacrosse è il mezzo per riconnettersi con le loro origini e per contribuire alla crescita dello sport in un Paese che sentono loro».
Un equilibrio, quello tra giocatori formati in Italia e quelli cresciuti in Nordamerica, da ricercare con attenzione. «Per selezionare i membri delle nostre squadre - spiega Cavallaro - proviamo a mantenere una sintesi tra giocatori di formazione straniera che garantiscono un buon livello internazionale e quelli formati e cresciuti in Italia, importanti per la cresciuta del movimento». «Per noi è più facile farlo nella versione 10 contro 10, dove siamo arrivati anche al 50% nella versione maschile - prosegue Alessandro - mentre nel sei contro sei il rapporto è più sbilanciato verso chi non si è formato sportivamente in Italia».
Una difficoltà collegata sia al formato che alla storia del lacrosse del nostro Paese. «La versione olimpica è molto più atletica, un dato che penalizza i nostri giocatori - argomenta Cavallaro -. In generale poi il lacrosse è uno sport molto tecnico, dove per apprendere al meglio bisognerebbe cominciare da bambini, mentre in Italia nessuno nasce giocatore di lacrosse, con i nostri atleti che vengono da altri sport». In ogni caso il percorso della Nazionale sia maschile sia femminile è un traino importante per un movimento che sta provando a crescere. «Da un lato tentiamo di intercettare realtà come quella di Roma dove ci sono studenti stranieri che già giocavano nei loro paesi - afferma Alessandro -, dall’altro lato facciamo promozione nelle scuole, facendo conoscere il nostro sport». «Il fatto di essere all’interno della FIH - prosegue Cavallaro - ci consente di avere visibilità e sostegno economico che ci permette anche di pensare a lungo termine». Sullo sfondo sempre il sogno a cinque cerchi. «Non è tanto nascosto – conclude Benedetta Ravelli –, ma ci siamo dette di darci volta per volta degli obiettivi realistici. E se ci dovessimo arrivare speriamo che serva per la crescita del movimento».
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