Padre, amico e anche Papa: Chiclayo è in festa, torna “monseñor Robert”

di Lucia Capuzzi, inviata a Chiclayo (Perù)
Prevost ha guidato la diocesi peruviana per nove anni. César Piscoya Chafloque, laico e teologo: «Con lui il Concilio si è incarnato nelle nostre fibre più profonde». Il parroco Luis Esteban Santamaría Acosta: «Ha insegnato a noi preti a camminare con la comunità»
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November 7, 2026
Padre, amico e anche Papa: Chiclayo è in festa, torna “monseñor Robert”
Così l’Universidad Católica Santo Toribio de Mogrovejo, a Chiclayo, saluta l’arrivo del Papa / Afp
Il conto alla rovescia è cominciato l’8 maggio 2025 quando, dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro, il neoeletto papa Leone XIV ha rivolto un pensiero, in spagnolo, «all’amata» Chiclayo. Là «un popolo fedele – ha affermato – ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo». Parole che per la diocesi del nord del Perù sono suonate come la promessa di un reincontro. Fra una settimana esatta quella speranza si farà realtà. Venerdì prossimo, «monsignor Robert», come continuano a chiamarlo, tornerà nella “sua” terra. La capitale dell’amicizia, come era soprannominata, è ormai per tutti, dentro e fuori la nazione, la «ciudad de León», la città di Leone. Il suo volto è ovunque. Disegnato nei murales, immortalato nelle foto, stilizzato in sagome di cartone, popola i marciapiedi scoscesi e perennemente affollati del centro, i cartelli che sbucano fra la sabbia candida delle Pampas di Pimentel, la piazza principale, la cattedrale, i negozi, i ristoranti. L’hanno riprodotto perfino sui biscotti tradizionali e le “paletas”, i ghiaccioli, che ora si chiamano “papaletas”. L’entusiasmo – debordante, a volte eccessivo – è un tratto distintivo della gente delle Ande.
Nell’emozione a fior di pelle di questa lunga vigilia c’è, però, molto di più. Robert Prevost non è solo il primo Pontefice a recarsi a Chiclayo: è il Papa concittadino. Ed è soprattutto l’uomo e il pastore che, nei quasi nove anni di permanenza come vescovo, ha lasciato un’impronta indelebile nella vita e nella fede della comunità. «È il vescovo che ha aggiornato il Concilio: ha fatto sì che si incarnasse nelle sue fibre più profonde», sottolinea César Piscoya Chafloque, teologo, docente e consulente del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), dove lavora nel Centro di programmi e reti per l’azione pastorale (Ceprap). Amico personale di Prevost, nel 2017 è stato designato da quest’ultimo come responsabile della pastorale, incarico generalmente riservato a sacerdoti o religiosi. «Invece ha scelto un laico. Segno che la Chiesa è il Popolo di Dio. E l’evangelizzazione compito di tutti i battezzati e le battezzate», racconta Piscoya, autore di Leone XIV, ritratto di un Papa peruviano , pubblicato in Italia da Castelvecchi. In quest’ottica rientra la promozione della presenza femminile nei luoghi decisionali.
«Nella équipe diocesana c’erano cinque uomini – tre laici e due sacerdoti – e sei donne – aggiunge il teologo e pastoralista –. Nei cinque anni che abbiamo lavorato insieme, tra le 260 e le 270 donne hanno ricoperto incarichi attivi nelle varie realtà».
«Chi è stato per noi Robert Prevost? Un padre e un amico. Colui su cui la gente poteva contare nei momenti più difficili», dice padre Luis Esteban Santamaría Acosta, parroco, dal 2018, di San Juan María Vianney. Prima guidava la chiesa di San Giovanni Battista a Illimo, a un’ora da Chiclayo. Nell’ultimo decennio, il paesino sulle rive di La Leche è stato ciclicamente colpito dalle alluvioni causate da El Niño. «Nel gennaio del 2017 il fiume era esondato, devastando decine e decine di case e costringendo le famiglie a sfollare. Appena saputo della catastrofe, monseñor Robert è precipitato a Illimo per aiutarci. Era così, si palesava sempre dove c’era necessità, con il suo modo discreto. A noi sacerdoti e a me, personalmente, ha insegnato a essere autentici missionari e camminare insieme con la comunità», racconta padre Luis Esteban, che ha incontrato il Pontefice poco dopo l’elezione a Roma, dove si trovava per il Giubileo delle famiglie. E aggiunge: «Robert Prevost ha marchiato a fuoco Chiclayo. Ma anche Chiclayo ha marcato a fuoco Robert Prevost, insegnandogli ad essere pastore».
Corresponsabilità, comunione, sinodalità erano le direttrici dell’azione del vescovo diventato Papa. Il riconoscimento della piena soggettività del popolo non si limitava all’ambito ecclesiale. Rivolgeva un appello incessante alle autorità e ai cittadini a farsi costruttori di quella «civiltà dell’amore» di cui parla in Magnifica humanitas . L’anti-Babele dove gli esseri umani lavorano insieme per il bene comune e la giustizia sociale. “Insieme” è un termine chiave: tutti a Chiclayo ricordano gli incontri a cui il vescovo invitava autorità e politici di diversa appartenenza, società civile, rappresentanti delle principali aziende per discutere i problemi e, soprattutto, trovare soluzioni condivise. «Mi perdoni se non mi esprimo bene. Non ho studiato – conclude una negoziante che chiede di restare anonima –. A undici anni mi hanno portato con l’inganno in Amazzonia e mi hanno costretto a prostituirmi. Sono scappata. Ora aiuto altre ragazze vittime di tratta, vendute nei bar al miglior offerente. Tanti hanno pregiudizi per la mia storia e quello che faccio. Robert Prevost no. Mi salutava con affetto e mi diceva: “Vai avanti”».

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