Il Papa in Uruguay fra i poveri e i campesinos: «Costruiamo ponti. Nelle nostre città nessuno sia escluso»

di Giacomo Gambassi, inviato a Paysandù
Il secondo giorno del viaggio apostolico in Sudamerica è un grido contro l’indifferenza: guerre, insicurezza e violenza sono realtà davanti alle quali ci siamo assuefatti. No alla disumanizzazione
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November 7, 2026
Un momento della Messa di Leone XIV a Paysandù in Uruguay / VATICAN MEDIA
Un momento della Messa di Leone XIV a Paysandù in Uruguay / VATICAN MEDIA
C’è un bivio che, secondo Leone XIV, ogni uomo ha di fronte. «Sta a noi decidere se costruire una nuova città, in cui nessuno sia escluso, o continuare comodamente a vivere, immersi ciascuno nei propri affari», dice riprendendo un’intuizione di papa Francesco alla vigilia del suo arrivo nella terra di Bergoglio, l’Argentina: «Tutti i giorni ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti che passano a distanza». È un grido contro l’indifferenza il secondo giorno del Pontefice in Uruguay, il Paese da cui venerdì ha iniziato il viaggio in America Latina. Ormai «scartare, rifiutare, disprezzare è diventato un odore nauseabondo, accettato dal nostro olfatto», denuncia nell’incontro di ieri con il mondo dell’educazione ospitato dall’Università Cattolica dell’Uruguay. Una società assuefatta che non comprende «il dolore causato dall’indifferenza». Anzitutto, ai conflitti armati: «Al giorno d’oggi le dita umane stanno producendo la più terribile delle opere umane, la guerra», avverte davanti a docenti e studenti. Poi, ai «numerosi casi di insicurezza e violenza che purtroppo minacciano la pace dei nostri quartieri, e persino la vita dei nostri cari», spiega nel barrio di Casavalle, agglomerato «di sofferenze dove la povertà, la mancanza di opportunità e la brutalità manifestano la frammentazione della nostra società», racconta l’arcivescovo di Montevideo, il cardinale Daniel Sturla. Ancora: i «bambini che non vanno a scuola per paura di non tornare più», «una madre che non ha i mezzi per sfamare i propri figli», le «persone che soffrono, che sono sole e vulnerabili», i giovani che rinunciano «a ricevere un’istruzione e un futuro dignitosi», afferma il Papa fra le catapecchie e l’entusiasmo dei più indigenti della capitale. Drammi che sono la testimonianza del «processo di disumanizzazione che stiamo vivendo», sottolinea nell’appuntamento all’Università Cattolica.
Ma un’alternativa è possibile, ripete Leone XIV dall’Uruguay. E la racchiude in un concetto: «È indispensabile che difendiamo il buon profumo della persona umana». Ciò significa «continuare a costruire insieme una nuova città, dove regnino l’amore e la pace». Il Papa lo testimonia con due gesti: la trasferta nella “terra dei campesinos ”; e il dono di alcuni appartamenti da lui finanziati agli “ultimi” di Casavalle. Al mattino sale su un aereo militare che lo porta a Paysandú: quarantacinque minuti di volo da Montevideo per immergersi nella Pampa uruguaiana, la pianura sterminata, fertile e anonima che si allunga anche nella confinante Argentina. E Paysandú è città di frontiera. «Perché il Papa ci va?», è l’interrogativo che in molti si pongono. La risposta è una: la prossimità. Mai un Pontefice era giunto qui. «Un campo di battaglia nell’Ottocento in cui la Chiesa ha giocato un ruolo importante per la riconciliazione», tiene a far sapere Gastone, uno dei 40mila che attendono Leone XIV, in parte arrivati anche dalle nazioni vicine. Lo testimonia il primo pastore dell’Uruguay, Jacinto Vera, adesso beato, che Leone XIV cita più volte durante la Messa presieduta nel parco París Londres: il “vescovo gaucho ” che «ha percorso tre volte il territorio uruguaiano portando fede e speranza ai suoi abitanti» e che, durante l’assedio di Paysandú, «aveva assistito rifugiati e feriti di entrambi i fronti», ricorda. Poi incoraggia: «Quanto è importante essere costruttori di ponti. Questa è la vocazione a cui tutti siamo chiamati: rafforzare legami, unire, comunicare». Sorride la missionaria brasiliana Ernesta Aiolfi, in piedi fra la folla che riempie la spianata: «Siamo accanto al Papa che porta la speranza di un mondo migliore». Il mate, bevanda nazionale (e calda) dell’America Latina, accompagna il “popolo” di Leone XIV a Paysandú. Complici il vento e le temperature in picchiata che costringono anche il Pontefice a indossare il cappotto nel giro in papamobile. Lui richiama il mate nell’omelia: «Ci insegna a condividere e a stare insieme, a rafforzare i legami che ci uniscono e ci rendono fratelli. È segno di accoglienza, di integrazione e di valori comuni».
A metà pomeriggio la sosta nel quartiere degradato della capitale dove la parrocchia ha voluto un progetto di costruzione di oltre trenta appartamenti per chi è in condizioni di disagio. «Sono lieto di aver potuto contribuire a questa bellissima iniziativa grazie ai benefattori della “ Papal Foundation ” – osserva Leone XIV –. Possano queste abitazioni essere per le loro famiglie una vera casa dove crescere nella dignità, nella pace e nella speranza, sentendo sempre la vicinanza e l’amore di Dio».
Anche la tappa all’Università Cattolica va nella stessa direzione: scommettere sulla formazione delle nuove generazioni – tema caro al Pontefice – per arginare un «paradosso» contemporaneo, come lo definisce nel suo intervento: «Mentre si attribuisce “intelligenza” ai sistemi informatici, facciamo fatica a riconoscere la dignità inalienabile delle persone, le cui vite vengono giudicate secondo il criterio dell’efficienza. E, quando si ritiene che non siano più produttive, vengono scartate». Da qui la consegna: «Dobbiamo proclamare nuovamente che la vita umana va rispettata in tutte le sue fasi e in tutti i suoi stati. Nessuno merita di essere respinto».

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