La Madonna lettrice e il ruolo delle donne
La storica Tiziana Plebani ripercorre in un saggio l’evoluzione dell’iconografia mariana tra Medioevo e Rinascimento, alla luce dei profondi cambiamenti della società

Chi sta leggendo non ama le interruzioni e nell’emergenza si difende come riesce: facendo finta di non aver sentito oppure alzando appena appena la testa dal libro. Non è raro che, pur di arrivare in fondo alla pagina, faccia un segno con la mano, chiedendo – anzi, imponendo – di aspettare. È il gesto che contraddistingue l’Annunciata di Antonello da Messina, il dipinto del 1475 universalmente ammirato e incessantemente interpretato. Nel 1981, per esempio, la critica femminista Laura Viotti aveva sostenuto che qui Maria non si limiti a prendere tempo, ma intenda congedare l’arcangelo in via definitiva, incaricandolo di riferire il suo rifiuto all’Altissimo. Questa ipotesi estrema – e, in sostanza, priva di riscontri documentari – viene richiamata da Tiziana Plebani in un saggio importante e suggestivo, La divina lettrice. Il libro tra le mani di Maria e delle donne (il Mulino, pagine 194, euro 21). Illustrato come merita, è uno studio nel quale felicemente convergono i diversi filoni della ricerca di Plebani, che nella sua attività di docente a Ca’ Foscari e di dirigente alla Biblioteca Marciana di Venezia si è occupata non solo di storia del libro, ma anche dell’incidenza delle questioni di genere e di quella particolare disciplina, troppo spesso sottovalutata, che è la storia dei sentimenti. Tutto questo riguarda l’Annunciata di Antonello, che per molti aspetti rappresenta l’apice della parabola ricostruita dalla Divina lettrice (il titolo è un omaggio dichiarato al delizioso La sovrana lettrice di Alan Bennett).
In sintesi, si possono prendere a prestito le osservazioni di Laura Bosio citate dalla stessa Plebani: «Immagine medievale di Maria: una donna che medita sul Libro. Iconografia dell’età moderna: una donna che cucina o che ricama». Per almeno un paio di secoli, dalla fine del XIII secolo fino a buona parte del XVI, il libro – con o senza maiuscola – appare regolarmente nelle raffigurazioni dell’Annunciazione. E non solo in queste, dato che la consuetudine di Maria con la parola scritta è fatta oggetto di rappresentazione anche in contesti diversi. In particolare, la Madonna appare nella veste di prima maestra del piccolo Gesù, al quale insegna a leggere consegnandogli la tavoletta alfabetica normalmente utilizzata nella didattica del tempo. Anzi, capita addirittura che Maria sia ritratta mentre accompagna a scuola il figlio, in una scena di intenzionale e riconoscibile ferialità. Non per niente, suggerisce Plebani, l’allegoria della Grammatica prevede che la conoscenza fluisca come nutrimento dal seno della donna, in strettissima analogia con il modello della Virgo lactans.
Sono immagini che contribuiscono all’immedesimazione da parte di un pubblico femminile tutt’altro che estraneo alla consuetudine con il libro. Plebani sceglie come punto di partenza della sua analisi il mosaico dell’Annunciazione portato a termine nel 1296 da Pietro Cavallini nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere. Nell’insieme, l’opera è contraddistinta da una solennità di matrice bizantina, ulteriormente ribadita dal dettaglio del libro chiuso, che allude alla verginità di Maria. Al di là del significato puntuale, però, è la presenza stessa del libro a risultare sintomatica. Siamo in una fase di passaggio, segnata dalla nascita e diffusione delle letterature in lingua volgare e dal conseguente allargamento del pubblico femminile. Prima di questo discrimine, sottolinea Plebani, l’iconografia dell’Annunciazione è fortemente influenzata dal racconto dei Vangeli apocrifi, che per motivi storici presuppongono l’analfabetismo di Maria e le assegnano compiti in apparenza più convenzionali, simboleggiati dal fuso per la tessitura o dalla brocca per l’acqua. In realtà, il pozzo e il laboratorio sono luoghi di socialità, che in qualche misura anticipano lo scenario che si spalanca grazie all’avvento della «divina lettrice».
Da questo momento in poi Maria legge perché è normale che le donne leggano. Leggono le pellegrine che affollano la Roma del Giubileo portando con sé un «libro da bisaccia», progenitore dei nostri tascabili; leggono e scrivono le mercantesse come la fiorentina Margherita Datini, che condividono la responsabilità imprenditoriale di famiglia. La loro alfabetizzazione avviene spesso in forma indiretta, attraverso l’ascolto e l’osservazione, ma costituisce nondimeno un fenomeno capillare, del quale rende conto la molteplicità delle Annunciate in lettura. Rifacendosi al censimento condotto da Michele Feo in Cosa leggeva la Madonna? (Polistampa, 2019), Plebani ricorda come il soggetto sia attestato non meno di cento volte nell’arco del Trecento. In alcuni di questi dipinti Maria ha a disposizione una biblioteca personale, che da un lato annuncia il tema della “stanza tutta per sé” reso canonico da Virginia Woolf e, dall’altro, contribuisce a fissare la tipologia dello “studiolo” umanistico. In questo spazio di produttivo isolamento l’Annunciata sarà presto sostituita da san Gerolamo, patrono dei traduttori ed emblema di un impegno intellettuale che, nell’era della Riforma cattolica, si configura come maschile in modo quasi esclusivo. Al posto del libro, nelle mani di Maria subentrano il filo e l’ago, in una caratterizzazione di genere che ancora una volta corrisponde a una specifica configurazione sociale. Un avvicendamento ben raffigurato dall’Annunciazione realizzata da Carlo Braccesco nell’ultimo decennio del XV secolo: la Madonna è in piedi davanti a un leggio con il libro aperto e, alla visione dell’arcangelo in volo, si abbraccia istintivamente a una colonna. Forse teme di essere assunta in cielo prima del tempo. Forse, più semplicemente, vuole almeno finire di leggere la frase.
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