John Archibald Wheeler, quando il mondo risponde
L’insegnamento universale allora è vertiginoso ma concreto: il modo in cui guardiamo le cose conta. Le domande che facciamo plasmano le risposte che otteniamo

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di John Archibald Wheeler.
John Archibald Wheeler ha dato contributi fondamentali alla fisica gravitazionale e alla teoria dei buchi neri, coniando persino il termine “black hole”, e ha introdotto l’idea radicale che l’informazione sia alla base della realtà fisica, sintetizzata nella formula “it from bit”.
Wheeler è uno di quei fisici che non si accontentano di calcolare: vuole capire cosa significa davvero ciò che stiamo facendo. Lavora sulla relatività generale, forma generazioni di fisici, ma a un certo punto si spinge oltre. Se la meccanica quantistica ci dice che l’osservatore conta, se l’esperimento influenza il risultato, allora la realtà è davvero lì prima che qualcuno la interroghi? Con il suo celebre “esperimento della scelta ritardata”, suggerisce che il modo in cui misuriamo può determinare retroattivamente il comportamento della particella. Non è magia, è struttura matematica portata alle sue estreme conseguenze. E poi arriva la sua intuizione più audace: forse la materia non è il mattone fondamentale.
Forse ciò che chiamiamo realtà nasce dall’informazione, da atti elementari di risposta sì/no, da bit. “It from bit”: la cosa dall’informazione. Non è una metafora leggera, è una proposta ontologica. La spiritualità di Wheeler sta in questa domanda insistente: cosa significa esistere? Se l’universo è partecipativo, se l’osservatore non è spettatore ma parte del processo, allora la conoscenza non è esterna al mondo. È un atto che lo coinvolge. C’è una responsabilità implicita in questa visione: non siamo fuori dal cosmo a guardarlo, siamo dentro a co-costruirlo con le nostre domande. Ogni misura è una scelta. Ogni domanda è un taglio nella realtà.
L’insegnamento universale allora è vertiginoso ma concreto: il modo in cui guardiamo le cose conta. Le domande che facciamo plasmano le risposte che otteniamo. Forse non controlliamo l’universo, ma partecipiamo al suo racconto. E adesso la domanda, semplice e diretta: quali domande state facendo al mondo? E quali risposte state generando con il vostro modo di osservare?
John Archibald Wheeler ha dato contributi fondamentali alla fisica gravitazionale e alla teoria dei buchi neri, coniando persino il termine “black hole”, e ha introdotto l’idea radicale che l’informazione sia alla base della realtà fisica, sintetizzata nella formula “it from bit”.
Wheeler è uno di quei fisici che non si accontentano di calcolare: vuole capire cosa significa davvero ciò che stiamo facendo. Lavora sulla relatività generale, forma generazioni di fisici, ma a un certo punto si spinge oltre. Se la meccanica quantistica ci dice che l’osservatore conta, se l’esperimento influenza il risultato, allora la realtà è davvero lì prima che qualcuno la interroghi? Con il suo celebre “esperimento della scelta ritardata”, suggerisce che il modo in cui misuriamo può determinare retroattivamente il comportamento della particella. Non è magia, è struttura matematica portata alle sue estreme conseguenze. E poi arriva la sua intuizione più audace: forse la materia non è il mattone fondamentale.
Forse ciò che chiamiamo realtà nasce dall’informazione, da atti elementari di risposta sì/no, da bit. “It from bit”: la cosa dall’informazione. Non è una metafora leggera, è una proposta ontologica. La spiritualità di Wheeler sta in questa domanda insistente: cosa significa esistere? Se l’universo è partecipativo, se l’osservatore non è spettatore ma parte del processo, allora la conoscenza non è esterna al mondo. È un atto che lo coinvolge. C’è una responsabilità implicita in questa visione: non siamo fuori dal cosmo a guardarlo, siamo dentro a co-costruirlo con le nostre domande. Ogni misura è una scelta. Ogni domanda è un taglio nella realtà.
L’insegnamento universale allora è vertiginoso ma concreto: il modo in cui guardiamo le cose conta. Le domande che facciamo plasmano le risposte che otteniamo. Forse non controlliamo l’universo, ma partecipiamo al suo racconto. E adesso la domanda, semplice e diretta: quali domande state facendo al mondo? E quali risposte state generando con il vostro modo di osservare?
Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte.
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