Claude Shannon, quando comunicare non basta
una lezione universale: non possiamo eliminare il rumore dalla vita, ma possiamo imparare a progettare meglio le nostre parole, i nostri segnali, le nostre relazioni.

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di Claude Shannon.
Claude Shannon ha fondato la teoria matematica dell’informazione, introducendo il bit come unità fondamentale e dimostrando che l’informazione può essere misurata in termini probabilistici, indipendentemente dal significato del messaggio. Nel 1948 pubblica un articolo che cambia il mondo senza alzare la voce: dimostra che comunicare non è un’arte nebulosa, è una questione di entropia, di rumore, di codifica. Se un messaggio viaggia da un punto A a un punto B, può essere compresso, può essere disturbato, può essere ricostruito. E tutto questo si può calcolare. Shannon separa per la prima volta in modo radicale l’informazione dal significato. Non gli importa cosa dice il messaggio. Gli importa quanta incertezza riduce. È una rivoluzione silenziosa: l’informazione diventa grandezza fisica. Diventa numero. Diventa struttura. È il fondamento di Internet, della compressione dei dati, delle telecomunicazioni, di tutto ciò che oggi chiamiamo digitale.
Ma c’è una tensione profonda in questa operazione. Se l’informazione è misurabile senza tener conto del senso, allora il senso non è più garantito dalla trasmissione. Possiamo comunicare perfettamente e non capirci affatto. La spiritualità di Shannon, per me, sta proprio qui: nella consapevolezza del rumore. Nei suoi modelli, il rumore non è un errore morale, è una componente inevitabile del canale. Il mondo non è silenzioso. Le interferenze esistono. La domanda è come codifichiamo il messaggio per farlo arrivare comunque. È una lezione universale: non possiamo eliminare il rumore dalla vita, ma possiamo imparare a progettare meglio le nostre parole, i nostri segnali, le nostre relazioni.
E possiamo chiederci cosa stiamo trasmettendo davvero. Oggi viviamo immersi in un flusso continuo di bit. Ma quanti significati si perdono? Quanta informazione circola senza comprensione? Shannon ci ricorda che l’efficienza non è sinonimo di verità. Che la quantità non è qualità. Che la velocità non è profondità. E allora la domanda è semplice: nei vostri messaggi quotidiani, state riducendo l’incertezza o state aumentando il rumore?
State trasmettendo informazione o senso? Se vi va, scrivetemi a interferenze@avvenire.it: leggerò tutte le vostre risposte
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