Grete Hermann, la logica come atto di coscienza
Hermann è stata matematica, fisica teorica, filosofa, educatrice. Un essere umano in cui le discipline non fanno la guerra tra loro, si passano appunti

Proseguo la mia carrellata di scienziati e scienziate della storia. Li studio negli archivi mentre scrivo i miei libri, e in questo spazio prezioso nel web mi fermo su di loro per cercarne la spiritualità. Perché io la mia la sto ancora cercando, e da fisica non posso far finta che questa domanda non esista. Oggi vi parlo di Grete Hermann. Grete Hermann ha anticipato l’analisi logica della meccanica quantistica criticando un celebre “no” di von Neumann alle variabili nascoste, mostrando che la dimostrazione non chiudeva davvero la porta come si pensava. Grete Hermann è una di quelle figure che se le nomini in un corridoio universitario ti rispondono con un’alzata di spalle, come se fosse un cognome inciso sul retro di una lavagna e basta. E invece no: Hermann è stata matematica, fisica teorica, filosofa, educatrice. Un essere umano in cui le discipline non fanno la guerra tra loro, si passano appunti.
Negli anni Trenta, quando la meccanica quantistica si stava trasformando in un impero con dogmi e guardie di frontiera, lei fa una cosa rarissima: entra nel fortino con un cacciavite. Scardina tutto e dice teorizza la meccanica quantistica relazionale, cioè la materia esiste solo in relazione al resto. Non urla slogan, non fa spettacolo. Semplicemente guarda una “prova” venerata e dice: attenzione, qui c’è un passaggio che non regge. È un gesto scientifico purissimo, quasi commovente per sobrietà: non “ho ragione io”, ma “controlliamo la logica”. E quel controllo, anni dopo, verrà riconosciuto come decisivo per capire che quella famosa porta non era stata sigillata così bene. Ma Hermann non è solo “una che corregge le note a margine”. Il suo punto vero era più ambizioso: salvare la parola causalità senza tradire la quantistica. Lavorava dentro una tradizione filosofica rigorosa, dentro l’idea che la ragione non è un soprammobile, è una responsabilità. Che il pensiero deve essere rigoroso come la matematica, ma anche umano come un gesto etico.
E qui arriva la sua spiritualità, quella che mi interessa, perché non profuma d’incenso: profuma di coerenza. La spiritualità di Grete Hermann sta nell’ossessione per il limite. Il limite di ciò che posso dire. Il limite di ciò che posso dimostrare. Il limite di ciò che posso pretendere dall’universo. E soprattutto: il limite di ciò che posso fare senza assumermi conseguenze. Per lei scienza ed etica non sono due reparti. Sono la stessa fabbrica: se produci conoscenza senza chiederti a cosa serve e a chi serve, stai già falsando il tuo esperimento umano. Non è una morale decorativa, è un’estensione del metodo: come controlli un passaggio in una dimostrazione, così devi controllare un passaggio nella storia. C’è anche un altro dettaglio che mi colpisce: Hermann è stata attiva nell’opposizione al nazismo, costretta all’esilio, e dopo la guerra ha scritto e lavorato su politica ed etica.
Non come capitolo extra, ma come prosecuzione naturale della stessa domanda: cosa significa essere razionali quando il mondo impazzisce? La sua spiritualità è quella di chi non separa il cervello dalla coscienza, di chi non finge che la fisica sia neutra mentre intorno brucia tutto. E allora l’insegnamento universale, oggi, è semplice e feroce: la verità non è solo un risultato, è un comportamento. La verità è il modo in cui controllate le assunzioni. Il modo in cui vi accorgete dei dogmi. Il modo in cui non vi fate intimidire dal “si è sempre detto così”.
E adesso la domanda per chi legge, diretta, senza paroloni: qual è la “prova” che avete accettato per abitudine, senza più controllarla? Qual è il dogma che ripetete solo perché lo ripetono tutti? Se ti va, scrivimi la tua risposta a interferenze@avvenire.it : leggerò tutte le vostre risposte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






