Freeman Dyson e Dio come orizzonte di meraviglia

Dyson non è mai stato un credente nel senso tradizionale. Eppure è uno dei fisici che più spesso, più liberamente, più disarmatamente ha parlato di Dio. O meglio, ha accettato che la razionalità più alta non elimina il mistero, ma lo riconosce
February 20, 2026
Freeman Dyson e Dio come orizzonte di meraviglia
Freeman Dyson nasce nel 1923 e muore nel 2020. Fisico teorico, matematico, scrittore. Ma soprattutto: un uomo che ha abitato il confine. Non tra due discipline, ma tra due atteggiamenti interiori opposti: il rigore assoluto della scienza e una forma di stupore che non ha mai voluto spegnere. Dyson non è mai stato un credente nel senso tradizionale. Non apparteneva a una chiesa, non recitava un credo, non parlava di fede come adesione. Eppure è uno dei fisici che più spesso, più liberamente, più disarmatamente ha parlato di Dio. O meglio: di qualcosa che somiglia a un’intenzionalità del cosmo. È importante dirlo subito: Freeman Dyson non cercava consolazione. Cercava senso. È cresciuto nell’Inghilterra tra le due guerre, in un mondo che aveva visto la civiltà crollare una prima volta e si stava preparando, senza saperlo, a vederla crollare di nuovo. Durante la Seconda guerra mondiale lavora come analista per l’aeronautica britannica. I numeri che maneggia non sono astratti: servono a ottimizzare bombardamenti. Anche in lui, come in molti scienziati del Novecento, la conoscenza incontra presto la violenza della storia. Poi l’America, Princeton, l’Institute for Advanced Study. Dyson diventa una figura centrale della fisica del secondo Novecento, capace di unificare approcci diversi, di fare da ponte tra mondi teorici che non si parlavano. Ma parallelamente scrive. Racconta. Riflette. Si espone. Ed è qui che accade qualcosa di raro. Dyson non separa mai del tutto la fisica dalle grandi domande. Non dice: “qui finisce la scienza, qui inizia il mistero”. Dice una cosa più scomoda: la scienza stessa apre continuamente sul mistero. Non perché non sappia spiegare, ma perché, spiegando, aumenta lo stupore. In uno dei suoi scritti più celebri dice una frase che non smette di tornarmi addosso: l’universo, così come lo osserviamo, sembra in qualche modo “sapere” che saremmo arrivati. Attenzione: non è una prova. Non è un dogma. È una intuizione. Dyson parla del fatto che le leggi fondamentali della fisica sembrano straordinariamente “adatte” alla comparsa della vita e della coscienza. Un minimo cambiamento in alcune costanti, e l’universo sarebbe rimasto sterile. Non dice: “questo dimostra Dio”. Dice: questo chiede una domanda. Ed è qui che, nella mia ricerca, io mi fermo su di lui. Perché Dyson non usa Dio come spiegazione. Usa Dio come orizzonte di meraviglia. Non come tappabuchi, ma come apertura. La sua spiritualità è questa: non una risposta, ma una disponibilità. Dyson non ha paura di dire che l’universo non è muto. Che non è solo una macchina cieca. Non perché sia “buono” o “giusto”, ma perché è stranamente ospitale. Come se ci fosse spazio per la coscienza. Come se la materia non fosse infastidita dalla nostra presenza. E questa idea, detta da un fisico che conosce a fondo la brutalità dei numeri, pesa. Non è sentimentalismo. È il frutto di una vita passata a guardare il mondo da vicino. In lui vedo una spiritualità profondamente umana perché non pretende certezze. Dyson dice spesso che può benissimo sbagliarsi. Che il cosmo potrebbe essere indifferente. Ma aggiunge: io scelgo di leggerlo come se non lo fosse. E questa scelta non è irrazionale. È etica. In un tempo in cui siamo ossessionati dal controllo, Dyson ci propone un’altra postura: l’ascolto. L’idea che l’universo non sia solo qualcosa da dominare, ma qualcosa con cui entrare in relazione. Che la scienza non sia solo un atto di conquista, ma anche di attenzione. E allora capisco perché continuo a tornare a lui. Perché Dyson non ha mai avuto paura di sembrare ingenuo. In un mondo di cinismo sofisticato, ha difeso lo stupore come atto di intelligenza. Ha accettato che la razionalità più alta non elimina il mistero, ma lo riconosce. E ora arrivo alle domande per voi. Semplici. Aperte. Necessarie.
Vi è mai capitato di studiare qualcosa così a fondo da sentirvi, invece che più potenti, più piccoli? Avete mai avuto l’impressione che il mondo non fosse ostile, ma semplicemente più grande di voi? C’è qualcosa, nella vostra vita, che non sapete spiegare ma che continuate a rispettare? Scrivetemi. Davvero. Mandate tutte le vostre risposte per e-mail a interferenze@avvenire.it. State sicuri che leggerò tutto quello che mi mandate!

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