Paul Dirac e il Dio che non osava nominare
Paul Dirac, genio della quantistica e del rigore, passa dall’ateismo a un’idea di “Dio matematico”: non consolazione, ma ordine necessario. La sua spiritualità è nel silenzio e nella bellezza come criterio di verità, e diventa un invito a riconoscere ciò che sentiamo vero anche quando non sappiamo dirlo.

Paul Dirac nasce nel 1902 e muore nel 1984. Fisico teorico tra i più importanti del Novecento, uno dei padri fondatori della meccanica quantistica. L’uomo dell’equazione più bella della fisica. L’uomo che ha previsto l’antimateria. L’uomo che parlava pochissimo. Quasi mai di sé. Mai, o quasi, di Dio. Ed è proprio per questo che Dirac è una figura che, nella mia ricerca, mi ferma sempre più a lungo degli altri. Perché la sua spiritualità non è dichiarata. È incastonata. Come una vena sotterranea che affiora solo se sai dove guardare.
Dirac cresce in una famiglia severa, con un padre autoritario che lo costringe a parlare solo francese in casa. L’infanzia è rigida, silenziosa, emotivamente povera. Dirac impara presto che le parole sono pericolose. Che sbagliare una frase può costare caro. Così sceglie il silenzio. E poi sceglie la matematica. Perché la matematica, a differenza degli esseri umani, non tradisce. Diventa un fisico straordinario proprio per questo: perché non accetta compromessi. Cerca leggi semplici, necessarie, inevitabili. Non gli interessa che funzionino “più o meno”. Vuole che siano vere. Nel senso più duro del termine. La sua equazione relativistica dell’elettrone non nasce da un esperimento, ma da un’esigenza quasi morale: la teoria doveva essere bella. E per Dirac la bellezza non era un ornamento. Era un criterio di verità. Diceva apertamente che una teoria brutta non poteva essere giusta. E questo, per uno scienziato, è già un atto quasi religioso.
Per anni Dirac si definisce ateo. Un ateismo radicale, senza sfumature. Considera la religione una costruzione umana imperfetta, emotiva, imprecisa. Eppure, col passare del tempo, qualcosa cambia. Non in modo plateale. Non con una conversione. Ma con un ammorbidimento. Negli ultimi anni della sua vita, Dirac inizia a parlare di un “Dio matematico”. Non un Dio personale, non un Dio che ascolta preghiere, ma un principio di ordine profondo. Un Dio che non ama, ma non sbaglia. Un Dio che coincide con la struttura matematica dell’universo.
E questo è il punto esatto in cui, nella mia ricerca, io vedo la sua spiritualità. Dirac non cerca Dio per essere consolato. Lo accetta come necessità logica. Come l’unica ipotesi coerente con l’eleganza estrema delle leggi naturali. In lui la fede non passa dal cuore, ma dal rigore. Non dal bisogno, ma dall’impossibilità di ignorare un ordine che va oltre l’umano. Dirac non si inginocchia. Ma si arrende. E l’arrendersi, per uno come lui, è un gesto enorme. La sua vita resta solitaria. Non ama insegnare. Non ama parlare in pubblico. Non ama spiegare troppo. Ma non perché disprezzi gli altri. Perché teme di tradire la precisione. E questo, ancora una volta, è un tratto profondamente spirituale: il rispetto assoluto per ciò che è più grande di te. Dirac vive come se la verità fosse fragile. Come se bastasse una parola sbagliata per rovinarla. E allora sceglie il silenzio. Un silenzio che non è vuoto, ma pieno di ascolto.
In un mondo che parla troppo, Dirac è un monito. Ci ricorda che non tutto ciò che è vero può essere detto facilmente. Che la conoscenza, quando è profonda, diventa sobria. Quasi timida. Ed è per questo che continuo a tornare a lui. Perché Dirac incarna una spiritualità che non si mostra, non convince, non converte. Ma resta. Come una equazione che continua a funzionare anche quando nessuno la guarda.
E allora arrivo alle domande per voi. Semplici. Essenziali.
Avete mai sentito che qualcosa era vero, anche se non sapevate come dirlo? Vi è mai capitato di tacere non per paura, ma per rispetto? C’è qualcosa, nella vostra vita, che considerate troppo preciso per essere casuale? Scrivetemi. Davvero. Mandate tutte le vostre risposte per e-mail a interferenze@avvenire.it. State sicuri che leggerò tutto quello che mi mandate.
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