La nostra “verità clinica”? Dipende dall’etica dei dati
La digitalizzazione della medicina promette di liberare il tempo dei medici ma al prezzo di affidare la nostra salute a un crescente peso dei dati (e della loro lettura). Come si sposta la bilancia sulle opportunità contenendo i rischi? Una questione algoretica...

Nel panorama attuale della medicina digitale ci troviamo di fronte a un paradosso epistemologico di rara complessità: mentre l’intelligenza artificiale promette di “ri-umanizzare” le cure liberando il medico dalle incombenze burocratiche per restituirlo al letto del paziente, la qualità stessa di questa mediazione tecnologica rischia di erigere un muro di opacità. La recente pubblicazione su npj Digital Medicine relativa alla piattaforma S-RACE, guidata dal gruppo di ricerca di Antonio Esposito, non rappresenta meramente un avanzamento tecnico nella gestione dei “Real-World Data” ma solleva una questione bioetica fondamentale che precede l’applicazione clinica: la dignità del dato come estensione digitale della persona.
La sfida etica primaria per l’umanizzazione delle cure nell’era dell’IA non risiede, come spesso si crede, nella capacità della macchina di simulare empatia, bensì nella veridicità e nella pulizia della “materia prima” su cui tali sistemi vengono addestrati. Come evidenziato dallo studio, l’informazione sanitaria non strutturata costituisce una barriera formidabile. Quando i dati clinici sono frammentari, sporchi o disorganizzati, l’intelligenza artificiale che ne deriva non può che essere un “simulacro” imperfetto, potenzialmente portatore di bias che disumanizzano il paziente riducendolo a statistica errata. La piattaforma S-RACE risponde a questa urgenza morale proponendo una pipeline che trasforma il dato grezzo in evidenza di qualità “research-grade”, operando una metamorfosi che è, in ultima istanza, un atto di rispetto verso la storia clinica del malato.
L’umanizzazione passa inevitabilmente per la “spiegabilità” (explainability) e la governance, pilastri su cui insiste il lavoro in oggetto richiamando l’EU AI Act. Non può esistere un rapporto di cura autentico se il supporto decisionale algoritmico opera come una “black box” inscrutabile. Se il medico non può comprendere il razionale di un suggerimento diagnostico a causa di dati di input caotici, viene meno il patto di fiducia con il paziente. In tal senso, la standardizzazione operata tramite protocolli come FHIR e l’uso di NLP (Natural Language Processing) per estrarre senso dal testo libero non sono tecnicismi ma strumenti di equità: garantiscono che ogni paziente, indipendentemente dalla complessità o dal disordine della sua cartella clinica pregressa, sia “leggibile” e quindi visibile agli occhi dell’algoritmo e, di conseguenza, del curante.
Un ulteriore nodo etico sciolto dalla metodologia proposta riguarda la dialettica tra privacy e utilità collettiva. L’anonimizzazione “on-premises” descritta nello studio tutela l’identità del singolo senza sacrificare il bene comune derivante dalla ricerca su vasta scala. È qui che si gioca la partita dell’umanesimo digitale: proteggere l’individuo dalla sorveglianza indebita permettendo al contempo che la sua esperienza di sofferenza contribuisca al progresso della scienza medica.
In conclusione, la lezione che traiamo da questa ricerca trascende l’ingegneria dei dati per approdare alla filosofia della cura. Non vi può essere “Responsible AI” – e dunque non vi può essere una medicina tecnologicamente avanzata che sia anche profondamente umana – senza una rigorosa etica della gestione del dato. La piattaforma S-RACE ci ricorda che prima di chiedere all’intelligenza artificiale di essere “intelligente” o “empatica”: dobbiamo pretendere che sia fondata sul vero. Solo costruendo su fondamenta di dati curati, verificabili e protetti possiamo assicurarci che l’innovazione tecnologica non diventi un filtro distorcente ma una lente cristallina capace di mettere a fuoco, con precisione inedita, la complessità irriducibile dell’essere umano.
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