Primavera 1988 - Dentro a un sogno
Alla Teatro alla Scala scopre la magia del coro: fatica, backstage e un’ombra di malinconia.
All’inizio, scrivere di Spettacoli per Repubblica mi sembrò meraviglioso. Basta morti, obitori, rogge di periferia. Teatri invece, e aperitivi, e sorrisi, e conferenze stampa con Mike Buongiorno. Eccola, la Milano da bere. Sì, leggera, un po’ futile. Solo un luogo mi affascinò profondamente: La Scala. Per un servizio seguii a lungo le prove del coro, salii con coristi negli abbaini antichi, ora scomparsi, in cui indossavano gli abiti di scena. Stanzini bassi, odore di talco e naftalina; il sole di Milano che, timido, talvolta si insinuava. Un incanto. Le scale strette da cui le donne scendevano veloci, all’ultima chiamata, reggendosi le gonne lunghe come castellane di un tempo. Il bar, detto La Cambusa, dove i guerrieri del Nabucco discutevano animatamente del rigore all’Inter, la sera prima.
Ero dentro a un sogno. E le prove infinite, a ripetere per ore un identico passaggio. Le facce dei coristi, di quelli più anziani, pazienti come vecchi soldati. Le loro belle, armoniose voci. Un filo di malinconia forse? Perché non erano diventati solisti? Ad alcuni i capelli già ingrigivano. Imparai a memoria i “Lombardi alla prima crociata”. La potenza di Verdi, la passione del suo sangue emiliano. Li sento ancora, tonanti, i Lombardi, nelle straordinarie voci del coro della Scala.
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