Inverno 1981 - Morte di un pesce piccolo
Un giovane cronista di nera scopre la Milano più dura; un ragazzo ucciso muore stringendo un crocefisso.
La Notte era un quotidiano del pomeriggio. La sera alle sei tutti gli impiegati sui tram di Milano lo tenevano spalancato davanti agli occhi. I titoli di prima, in caratteri cubitali: “Strangolata in cantina”, o cose simili. Io ero fra i giovani apprendisti che facevano “la nera”. Periferie mai viste, fluttuanti in una nebbia che ne velava pietosamente la bruttezza. Bar in cui avventori arrabbiati brindavano all’omicidio dello spacciatore di zona: “Uno di meno”. In tutte le case popolari trovavo l’immagine di Padre Pio.
Eppure, con quel figlio non ce l’avevano fatta. Piangevano le madri accasciate su una sedia nel tinello, il caffè sui fornelli. I vicini socchiudevano la porta, vedevano la Polizia e richiudevano. Era una Milano dura quella che imparavo a poco più di vent’anni, ma densa di umanità. In Questura all’alba si andava a leggere il mattinale, il diario della nottata. L’aria grigia di fumo degli uffici, le facce stanche degli agenti del turno di notte. Ragazzi: con accenti simili a quelli dei fermati, muti in sala d’attesa. Erano arrivati con gli stessi treni dal Sud. Poi, era andata diversamente.
Cercavo di osservare molto. Alla Cantalupa, periferia sud, una mattina in una roggia il corpo di un ragazzo sui vent’anni, a faccia in giù nel fango. Noi arrivammo insieme alla Volante. Un pesce piccolo, dissero, un regolamento di conti. Il morto stringeva spasmodicamente in una mano irrigidita qualcosa che non aveva abbandonato fino all’ultimo. A fatica un poliziotto aprì le dita contratte. Il ragazzo serrava un piccolo crocefisso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


