9 maggio 1978 - Un colpo di piccone
Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro spezzano un’Italia “fiduciosa” e ne fanno emergere una più cinica.
La faccia di Aldo Moro io la ricordo in bianco e nero, da tante volte che l’avevo vista da bambina in tv. Era il volto della DC del Dopoguerra, quasi il volto, per me, dell’Italia in cui ero nata. Non ne sapevo niente naturalmente, ma mi ispirava fiducia. Una mattina lo vidi nella mia chiesa a Milano, alle otto, uscire svelto dalla Messa e salire su una grande auto blu.
Mi dissero che andava a Messa ogni mattina. Il rapimento di Moro spezzò come con un colpo di piccone il Paese in cui ero cresciuta. Non sarebbe più stato uguale. La notizia del rapimento nei titoli cubitali dei giornali, lo sbalordimento, il mistero di quel nemico ben mimetizzato tra noi, invisibile. Le settimane del sequestro tese e guardinghe: ovunque Volanti, posti di blocco, percepibile ansia. Come se l’Italia trattenesse il respiro. Poi un giorno di maggio in tv lo vidi, malamente schiacciato nel bagagliaio di una utilitaria, ucciso.
Avevo 19 anni, fu un tonfo al cuore. Ma all’Università Statale, quel giorno, niente, nessuna assemblea. Presi un caffè al bar. «È morto?» si dicevano i miei compagni. E alzavano le spalle. «Uno di meno», disse seccamente una ragazza con i capelli lunghi. Nessuno replicò. Aldo Moro era un padre dell’Italia risorta nel 1945. Era stato ucciso un padre, come in una tragedia greca. Un’ altra Italia, più cinica, a volte brutale, cominciava.
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