Luglio 1963 - L’albero sradicato
Il platano sradicato e l’ultimo abbraccio di mia sorella.
La strada accanto a casa in montagna doveva essere allargata. Bastava per un carro da fieno, non per le auto dei villeggianti. Per giorni dei tecnici avevano preso misure accanto al platano davanti alla mia finestra: un amico, lo guardavo ogni mattina. Un mattino con un rombo da orco arrivò una ruspa, e un’altra macchina sferragliante, con un artiglio al posto della benna. Il fracasso richiamò i bambini del vicinato. L’aria era nera del fumo dei diesel. Anche io e mia sorella stavamo a guardare. Io 5 anni, lei 11. La ruspa scavava, ruggendo.
Ma la strada non era ancora larga abbastanza. Capii: volevano sradicare il mio platano. Le radici centenarie opposero una disperata resistenza. La macchina con l’uncino si accaniva, il motore impazziva, il tronco non cedeva. Era una lotta drammatica. Durò a lungo. Infine, nel fragore del motore al massimo, le prime giovani radici del platano spuntarono dal terreno. Tremavano. Erano, lo vedevo, cosa viva. Allora scoppiai a piangere, e sfuggendo alla mano di mia sorella scappai via. Lei mi rincorse, risento la sua voce, «Marina! Marina!». Mi raggiunse, mi abbracciò, io non finivo di piangere. Se torno al giorno del platano sradicato penso a mia sorella, morta tre anni dopo. Risento la stretta delle sue braccia mentre mi rincuorava: «Marina, non aver paura».
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