Estate 1966 - Una banda di bambini
Una bambina, esclusa dalla “banda” dei maschi, si guadagna l’ammissione con un salto temerario e scopre nei loro giochi una libertà fatta di coraggio, solidarietà e gioia ruvida.
Nei cortili attorno, in montagna, c’era una banda di una dozzina di ragazzi del posto: tutto il giorno assieme. Tutti maschi, coetanei o poco più grandi di me, 8 anni. Io volevo assolutamente giocare con loro. Ma ero una femmina, e nella banda non erano ammesse bambine. Poi correvano più forte di me, saltavano più di me, non potevo stargli dietro. Ma tanto struggente era il desiderio di giocare assieme, che un giorno che si sfidavano a chi saltava più alto da un muro di due metri pensai: se salto come loro, mi accetteranno.
E, zitta, mi portai sull’alto del muro. I ragazzini, meravigliati, mi guardavano. Avevo una terribile paura. Ma è un attimo, mi dissi, e chiusi gli occhi. Un istante nel vuoto, il duro della ghiaia. Silenzio sbalordito della banda. Poi Enrico, il capo: «La bambina sta con noi». Interminabili giorni di guardia e ladri, e nascondino, e in bici, le ginocchia tutte cicatrici. E la guardia, a turno, alla legna per il falò di Ferragosto: io fiera, sola, davanti a un solitario pollaio. Era bellissimo, giocare con i maschi: libertà, corse, il fiato in gola.
Molto più divertente che vestire le bambole. Penso a quella compagnia come a un dono: solidarietà, franchezza, audacia. Freschi come l’acqua chiara del lavatoio, al fienile, erano i giochi di una banda di bambini.
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