Conte: «Vogliono la mordacchia per i pm,
il “No” segnale enorme al Governo»

L'ex premier e capo M5s: «Il sorteggio per i togati è una lotteria, quella per i laici una finzione. Così la magistratura passa sotto il controllo della politica»
March 19, 2026
Giuseppe Conte
Giuseppe Conte
Presidente Giuseppe Conte, il referendum ormai è alle porte. L'esito è considerato incerto, lei si è speso per il «no» soprattutto avanzando la tesi di un «sì» che rafforzerebbe la casta. Non crede, a consuntivo, che si sia andati oltre, da ambo le parti, circa il significato della riforma e della consultazione?
Come Movimento abbiamo usato un linguaggio di verità, spiegando che la riforma non serve affatto ai cittadini, è solo il primo step di un disegno più ampio, che trova conferma nelle dichiarazioni che vari esponenti di maggioranza si sono lasciati sfuggire e nelle proposte di legge che hanno presentato. Il disegno finale è indebolire l’indipendenza della magistratura mettendola sotto il controllo del governo di turno, per tutelare dalle inchieste i politici al governo e la cerchia di potenti che gli ruota intorno. Ecco perché abbiamo parlato di «casta» ed ecco perché è importante votare «no» e impedire che si compia questo disegno. Dall’altro lato, invece, la maggioranza è andata avanti a suon di bugie e propaganda. Temono di perdere il referendum e sono arrivati a fare terrorismo psicologico. La premier Meloni ha addirittura affermato che se passasse il «no» avremmo stupratori a piede libero e figli strappati alle loro famiglie: sono argomentazioni palesemente false, è un tentativo di inquinare il dibattito politico, segno che sono davvero nel panico.
Nel merito, da avvocato e uomo di legge, ritiene insussistenti i motivi alla base della riforma, in particolare il tentativo di fermare le degenerazioni del correntismo?
Che in passato ci sia stata una degenerazione delle correnti è innegabile, ma le loro eventuali derive vanno contrastate con mirati accorgimenti tramite legge ordinaria. Peraltro, qualcosa in tal senso è già stato fatto nel 2022. Ma la riforma proposta dal governo mira ad altro, non c'entrano le correnti. Hanno previsto un sorteggio integrale che affida a una lotteria la rappresentanza dei magistrati nei nuovi tre organi mentre per i laici il sorteggio è una finzione, saranno un drappello organizzato che agirà in nome e per conto dei partiti che li mandano nei Csm e nell'Alta corte. Questo regime asimmetrico svela il vero obiettivo della riforma: rafforzare il condizionamento della politica sulla giustizia. Se passa la riforma, la legge non sarà più uguale per tutti.
Tra i vari aspetti della riforma, quale ritiene emblematico e tale da motivare, più di altri, la bocciatura della riforma?
Il punto più importante è quello di cui parlavo: attraverso una serie di modifiche solo apparentemente tecniche, la riforma svuota i principi di autonomia e indipendenza della magistratura e la colloca sotto un forte condizionamento della politica. Si pensi anche alla nuova composizione dell'Alta Corte disciplinare e al suo funzionamento che la rendono una mordacchia della politica applicata ai magistrati sgraditi al potere di turno. La stessa separazione in due del Csm, secondo il principio del divide et impera, rende più fragile la difesa di autonomia e indipendenza di fronte alle pressioni che prima o poi arrivano dal mondo del potere politico, economico o finanziario. Trovo emblematico che il governo separi i giudici e i pm nei due nuovi Csm ma li rimetta insieme nell'Alta Corte disciplinare, cioè proprio nell'organo chiamato a impartire le punizioni agli uni e agli altri. Questo dimostra che la separazione è solo uno specchietto per le allodole, peraltro tutti sanno che ormai solo lo 0,4% dei magistrati ogni anno fa il cambio da una funzione all'altra.
Tutti dicono che il voto non è politico, ma in realtà lunedì pomeriggio ognuno darà valutazioni politiche sul risultato. Quanto peserà la vittoria o la sconfitta del “no” nell’ottica della costruzione della coalizione di centrosinistra per il 2027?
Meloni ha già detto che se vince il «no» lei comunque non lascia Palazzo Chigi. Ma questo è inevitabilmente un referendum politico, perché gli italiani sono chiamati a decidere se confermare o meno l’unica riforma che questo governo ha in mano dopo quattro anni, e se i cittadini dovessero bocciarla sarebbe un segnale enorme che a Palazzo Chigi non potrebbero ignorare. Lo sanno benissimo anche loro e per questo alzano i toni dello scontro. Per ciò che riguarda la coalizione progressista, siamo tutti impegnati nel costruire un’alternativa seria a questa destra e continueremo a farlo.
Superato il referendum, la gran parte dei problemi della giustizia sarà ancora lì sul tavolo: da dove si riparte nel rapporto tra politica, magistratura e sistema-giustizia, dopo una campagna così aspra segnata da profonde delegittimazioni?
Dall’inizio della legislatura abbiamo assistito a una costante aggressione verbale e delegittimazione nei confronti della magistratura da parte del governo Meloni, che è chiaramente insofferente nei confronti di ogni organo di controllo. Bisognerebbe archiviare questa fase, ma non sono molto ottimista su questo fronte. Quanto ai problemi della giustizia, c'è un enorme lavoro da fare per garantire ai cittadini e imprese quello che potremmo definire un servizio essenziale: una giustizia certa, efficiente, veloce e fondata su altissimi livelli di qualità. Servono investimenti, assunzioni, digitalizzazione e anche una migliore formazione del personale.
Il cosiddetto “campo largo” sta trovando intese su diversi temi, salvo due, essenziali: politica estera e premiership. Ha una sua ricetta per non restare nel guado su entrambi i nodi?
Credo che la cosa importante sia lavorare sui contenuti, sugli obiettivi che vogliamo darci. Nei prossimi mesi come M5s consulteremo la nostra base, ma anche semplici simpatizzanti, cittadini, tutta la società civile, per raccogliere istanze, suggerimenti, proposte e scrivere il programma che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste. E poi si troverà la sintesi anche sulla premiership.

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