La paura di affondare ci sta spingendo verso il «si salvi chi può»

Crisi globali e fallimenti della cooperazione alimentano sovranismi e fughe individuali. La sfida è rendere di nuovo credibile una risposta comune
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October 4, 2026
La paura di affondare ci sta spingendo verso il «si salvi chi può»
/ ICP
Il mondo è diventato improvvisamente claustrofobico. Siamo troppi, fa troppo caldo, le guerre si moltiplicano, le risorse scarseggiano e ogni crisi trova la strada di casa nostra a tempo di record. Lunedì i casi di Ebola in Congo hanno superato quota ottomila, con quasi quattromila morti. Un dato in più che alimenta la sensazione che il pianeta si sia ristretto e che non esista più un “fuori” nel quale mettersi al riparo. I recenti risultati elettorali tedeschi ne hanno offerto una traduzione politica: se il mondo sembra stringersi, la promessa di chiudere la porta acquista forza. Persino i ricchissimi, che un tempo acquistavano il privilegio della distanza dai problemi, oggi comprano bunker. Quando non si sa più dove scappare, resta solo il sottosuolo.
Anche il Novecento aveva conosciuto la sua claustrofobia. Allora la chiamavano “spazio vitale”: era la convinzione che, quando il proprio Paese non basta più, si può prendere quello di un altro. L'esperimento produsse colonialismi, guerre mondiali e milioni di morti. Oggi la faccenda è più cosmopolita e, per certi versi, ancor più complessa: a sembrare insufficiente non è lo spazio di una nazione, ma quello dell’intera Terra. Non esiste più una landa da conquistare per sfuggire al riscaldamento globale, né una frontiera abbastanza alta da fermare un’epidemia, tantomeno una colonia da occupare per addomesticare l'intelligenza artificiale. Non si invade più la Polonia per avere altro spazio: semmai si costruisce un razzo per conquistarselo su Marte.
Sinistra e destra, popolo ed élite, elettori inferociti delle periferie e miliardari della Silicon Valley condividono la stessa sensazione di soffocamento. A dividerli è la terapia. Da una parte c'è chi sostiene che nessuno può salvarsi da solo e che l'unica possibilità sia farcela tutti insieme. Dall'altra chi conclude che, se proprio non c'è modo di mettere tutti al riparo, convenga almeno provare a salvare sé stessi e i propri cari.
Fino a qualche tempo fa la prima soluzione sembrava la più convincente. Cooperazione, fiducia, istituzioni multilaterali e progressivo allargamento dei diritti componevano un progetto piuttosto lineare per tenere in piedi la baracca comune. Peccato che la baracca abbia cominciato a perdere acqua dal tetto. Le conferenze sul clima si chiudono con comunicati gonfi di propositi e vuoti di impegni, gli accordi sulle migrazioni evaporano al primo vento elettorale, il coordinamento sulle pandemie si è rivelato solido quanto una mascherina usata e intanto in Congo l’Ebola continua a diffondersi. Il diritto internazionale collassa tra bombardamenti e guerre dichiarate via social. La promessa del “ci salviamo tutti insieme” resta moralmente ineccepibile, ma politicamente sempre meno credibile: i mantra della cooperazione, del multilateralismo e della fiducia reciproca, che dovrebbero tradurla in realtà, sono sempre più logorati da una stagione di fallimenti.
Certo, la ricetta opposta – quella del “si salvi chi può” – è ugualmente inadeguata: frontiere chiuse, comunità omogenee, bunker extralusso e, per chi può permetterselo, un volo charter per il Pianeta rosso sono progetti diversi accomunati dalla stessa fantasia di cavarsela mentre il mondo va a pezzi. Un'illusione già smentita dalla storia, ma pur sempre più consolante dell'abbandonarsi alla disperazione totale. Per questo anche chi non si definirebbe di destra finisce per votare proposte sovraniste pur non credendo davvero nella remigrazione o in altre ricette ugualmente grottesche. Più che un improvviso rigurgito ideologico, è cambiata l'equazione tra le due terapie: la scelta, agli occhi di molti, non è più tra “salviamoci tutti” e “salviamoci in pochi”, ma tra “non si salva nessuno” e “provo almeno a salvare me stesso e i miei cari”. Del resto, chi è convinto di trovarsi in una casa in fiamme con la porta bloccata non ha bisogno di essere estremista per buttarsi dalla finestra: basta l'ordinario istinto di sopravvivenza.
Per offrire un'alternativa, alle sinistre non basterà tuttavia denunciare l'egoismo delle élite in fuga verso le stelle o l'incoerenza di chi vuole più culle in patria e meno bocche da sfamare altrove. Sono accuse fondate, ma inutili con chi ha smesso di aspettarsi coerenza e teme solo di affogare. Occorrerà invece rendere di nuovo credibile la promessa del “ci si salva tutti assieme”, spiegando con argomenti nuovi, anziché con la nostalgia del multilateralismo fallito, come possa funzionare anche quando fiducia e cooperazione non si possono più dare per scontate. Finché quella risposta non arriverà, potremo continuare a ripetere che la scialuppa degli altri è bucata e avremo ragione. Ma tra la paura di affondare tutti insieme e la speranza di mettere in salvo la pelle, non potremo stupirci se in molti continueranno a scegliere la seconda opzione.

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