Bocciati gli eccessi di Trump, non il radicalismo. Ora negli Usa si sfidano due populismi

Il voto segna una battuta d’arresto per il presidente, ma non cancella il malessere che lo ha portato alla Casa Bianca. A destra si punta sull’identità e sulla difesa delle comunità, a sinistra su salari, affitti e lotta allo strapotere dei miliardari. Stessi mali, medicine opposte
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November 8, 2026
Trump ha cambiato il volto dell’America di domani. Solo che non sarà il suo. Attenzione, però, a darlo per finito dopo lo tsunami democratico delle midterm: per altri due anni resterà il protagonista della cronaca, con la firma sui decreti e il dito sul grilletto. Ma se è naturale che, verso la fine di ogni secondo mandato, gli Stati Uniti comincino a guardare oltre, questo giro hanno proprio voltato le spalle all’attuale comandante in capo. Dal 4 novembre sono ufficialmente alla ricerca di un nuovo racconto in cui il suo nome non sia più il soggetto della frase.
Quel racconto, però, ricomincia proprio da dove era partito Trump: dalle grandi questioni economiche, sociali e culturali che lo avevano portato alla Casa Bianca. Disuguaglianze insopportabili, costo della vita insostenibile, una globalizzazione passata da alleata a nemica, una superpotenza che può bombardare chiunque ma non riesce più a convincere nessuno. Fratture che il presidente non ha saputo ricomporre e che, nel frattempo, si sono fatte solo più dolorose.
Nel 2016, e di nuovo nel 2024, Trump era tutt’uno con il malessere nato da quelle fratture. Gli aveva dato una voce politica, raccogliendo l’insofferenza verso le élite, le guerre interminabili, l’immigrazione incontrollata e un capitalismo sempre più distante dalla vita quotidiana. Essere contro il sistema significava essere con Trump. E viceversa.
Ma larga parte dei milioni di americani lo aveva votato per avere soluzioni, non sermoni. E quando, strada facendo, il megafono ha iniziato a parlare soprattutto del suo ego e dei suoi interessi, il patto si è incrinato. Un giorno monarca, il giorno dopo piazzista, quello dopo ancora profeta. Nei momenti di lucidità, tutti e tre insieme. Intanto, mentre Trump cambiava costume, i problemi restavano gli stessi. Alle domande sul carovita e sulle guerre senza fine la risposta è stata il conflitto in Iran, il diesel alle stelle e un leader sempre più impegnato a farsi gli affari propri. Alla fine gli elettori non hanno cambiato idea su ciò che vogliono, hanno però smesso di credere che Trump fosse sinonimo di soluzione.
Il racconto, da qui in avanti, è tutto da scrivere, ma una cosa è già chiara: il futuro dell’America non sarà un neotrumpismo. Perché il trumpismo è stato anzitutto l’identificazione di una rivolta nella figura di un uomo. E gli uomini non si ereditano.
Martedì sera, tuttavia, l’America ha bocciato gli eccessi del suo presidente, non il suo radicalismo. A raccoglierlo saranno altri populismi, concorrenti e spesso nemici, decisi a curare gli stessi mali con medicine opposte. A destra uno nativista e identitario, uscito con le ossa rotte dal voto ma tutt’altro che estinto, che misura l’americanità più sull’adesione a una certa idea di civiltà che sul passaporto. A sinistra uno economico e generazionale, che ha smesso di occuparsi di pronomi e si è messo a ragionare di salari, affitti e grandi capitali. Il primo vuole proteggere le comunità dalle élite globali e dall’invadenza di Washington. Il secondo vuole usare Washington per proteggere i cittadini dallo strapotere dei miliardari. Due vocabolari inconciliabili che si contendono il diritto di parlare a nome della stessa America scontenta.
La battaglia contro i data center mostra la frattura tra i due populismi meglio di qualsiasi sondaggio. Se per la Silicon Valley sono le cattedrali del futuro, per le contee che se li ritrovano accanto sono capannoni che divorano acqua, energia e terreno, con costi immediati e benefici a data da destinarsi. In più di un distretto, democratici e repubblicani contestano gli stessi progetti: i primi chiedono moratorie federali, i secondi di cancellare gli incentivi fiscali agli investitori. Più Stato contro meno Stato, ma il bersaglio è uguale. Tanto che Elon Musk, a urne appena chiuse, ha trovato la soluzione: i data center nello spazio. Lassù, almeno, non c’è da fare i conti con il fastidio del voto. Morale: il populismo passa da un proprietario a due inquilini, nessuno dei quali risulta residente a Mar-a-Lago.
Smaltita l’euforia, toccherà misurarsi con questo futuro incerto e radicale. Prospettiva forse poco rassicurante, ma per una democrazia la contestazione è un segno di vita. Il sintomo da temere è il silenzio di chi non crede più che protestare serva a qualcosa. Chi pretende, a destra come a sinistra, che il sogno americano torni a valere anche per lui non si sta arrendendo. Rifiuta un destino già scritto. E i forconi sono anzitutto un promemoria per chi scambia il paese per un bene di famiglia. Sotto la caricatura di due tribù pronte a sbranarsi resta un’America meno estrema della sua politica: un cittadino su tre si definisce ancora moderato, e quasi uno su due non si identifica con gli attuali partiti. Gente capace di riconoscere problemi comuni con l’avversario, senza trasformare ogni dissenso in una dichiarazione di guerra. Sarebbe una bella ironia se, dopo aver cambiato faccia, l’America decidesse di assomigliare un po’ di più a sé stessa.

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