Napoleone, i droni e il conto delle guerre che verranno
A Elon Musk il Pentagono ha affidato un progetto per immaginare come si combatteranno i conflitti del futuro. Quello che vediamo ora ci mostra la cessione di responsabilità dall’uomo alla tecnologia: ci aveva già provato il mercato, senza fare i conti col fattore umano

Elon Musk ha un nuovo lavoro. Dopo le automobili elettriche, i razzi, i satelliti e l’occasionale rottamazione del governo americano, adesso si occuperà del futuro della guerra. Il Pentagono gli ha affidato Project Meridian, un programma pensato per immaginare come si combatterà nei prossimi decenni tra sciami di droni, fanti robot, comandanti digitali e reattori nucleari sulla Luna.
No, non è la sceneggiatura del prossimo Star Wars, ma un mandato ufficiale che, non meno della saga di George Lucas, guarda lontano, dalle profondità della Terra fino a Marte e oltre.
La scelta ha una sua logica. Oggi un drone che costa quanto uno scooter può ridurre a ferraglia un carro armato più caro di un condominio, mentre un’innovazione decisiva rischia di essere già archeologia prima che un ministero abbia finito di protocollarla. Pretendere che generali e funzionari in carne e ossa possiedano da soli competenze, capacità d’innovazione e fantasia sufficienti a tenere il passo sarebbe come prepararsi per vincere Waterloo. Solo un governo con spiccate tendenze suicide rinuncerebbe alle migliori risorse del Paese, pubbliche o private, per proteggere i propri cittadini.
I guai cominciano quando si guarda all’ambizione più profonda che si nasconde dietro Project Meridian: la speranza che la tecnica possa finalmente sollevare la politica dal mestiere più sgradevole che esista. Scegliere.
È una fantasia vecchia quanto Prometeo, che ogni progresso tecnico riesce puntualmente a spacciare per nuova. A lungo il suo profeta più venerato è stato il mercato: abbiamo creduto che, lasciato libero di dispiegare la propria prodigiosa efficienza, avrebbe distribuito risorse, attirato investimenti e persino corretto diseguaglianze e storture. Con un po’ di pazienza, avremmo avuto abbastanza benessere da risparmiare alla politica le decisioni più dolorose. Una prospettiva irresistibile, finché si è scoperto che nemmeno il mercato più efficiente sa moltiplicare gratis pani e pesci. Le risorse restano finite e decidere quale società costruire, quanto sacrificare oggi per avere domani, chi debba pagare e chi vada protetto resta, ostinatamente, una faccenda umana.
Con la guerra la medesima suggestione si ripresenta, in una versione aggiornata e persino più impegnativa. Se il mercato assicurava ricchezza senza sacrifici, la tecnologia militare contemporanea promette guerra senza morti. In effetti, i soldati si stanno davvero allontanando dal fronte, e i generali del futuro disporranno di strumenti che Napoleone avrebbe giudicato divini. O diabolici, a seconda di chi li avesse avuti in mano.
Resta tuttavia un inconveniente: un Napoleone dovrà esserci in ogni caso. Come in economia, anche sul campo di battaglia la macchina saprà individuare la strategia più efficace, calcolare il percorso meno rischioso, colpire con maggiore precisione e salvare vite. Ma è proprio qui che la perfezione tecnica si schianta contro l’irriducibile imperfezione umana: più sottrae uomini al combattimento, più diventa seducente immaginare che possa risparmiare loro anche il giogo della decisione. Eppure, se togliere un pilota dall’aereo è progresso tecnologico, togliere la responsabilità della guerra dalle spalle di chi la dichiara è abdicazione politica.
Sarebbe sciocco diffidare di Musk perché è un tecnico, o illudersi che gli Stati possano fare a meno delle conoscenze, dei capitali e della velocità dei privati. Il problema, però, nasce quando una necessaria divisione del lavoro diventa una comoda delega di responsabilità, in cui qualunque soluzione va bene purché non ci costringa a rispondere alle domande che abbiamo smesso di volerci porre.
Un algoritmo potrà diventare straordinariamente bravo a indicarci come vincere. Resterà scandalosamente incapace di dirci che cosa significhi quella vittoria, quanto siamo disposti a sacrificare, quando sia preferibile non combattere affatto. Nessuna superiorità tecnologica sa quale rischio una comunità sia pronta a correre, quale sconfitta sia disposta ad accettare, quale pace valga la pena di firmare. Non sono problemi di calcolo, ma di intenzione.
È per queste ragioni che non esisteranno mai guerre a zero morti, come non sono mai esistiti mercati senza poveri. C’è invece una politica che, pur di non scegliere, lascia a qualcun altro il conto delle domande rimaste senza risposta. E se fino a ieri lo pagava chi finiva sul lastrico, oggi lo paga chi finisce sottoterra.
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