L'Intelligenza artificiale spaventa tutti, ma tra Usa e Cina non c'è fiducia

Se il primo vero shock dell'era dell'intelligenza artificiale dovesse arrivare, sarà quello il momento in cui Washington e Pechino dovranno trovare la fiducia che oggi si negano
Google preferred source
September 27, 2026
L'Intelligenza artificiale spaventa tutti, ma tra Usa e Cina non c'è fiducia
Il presidente cinese Xi Jinping con il presidente statunitense Donald Trump/ ANSA
Le vie della potenza sono infinite. Si va dalle virili strette di mano, alle parate aeree sui cieli delle capitali. Donald Trump e Xi Jinping conoscono bene il repertorio e lo hanno rispolverato nel delicatissimo bilaterale di Washington dell’altro giorno. Stavolta, però, più che sfoggiare i muscoli, l’obiettivo principale era prendersi le misure a vicenda. Commercio, energia, tecnologia, alleanze, droni, arsenali atomici: sul tavolo non è mancato nulla, soprattutto la new entry più attesa e sempre più decisiva negli equilibri geopolitici — l'intelligenza artificiale.
E pensare che Stati Uniti e Cina avrebbero ottime ragioni per collaborare, anziché continuare a scambiarsi sabotaggi e operazioni di controspionaggio. Anche sul terreno della più avveniristica delle tecnologie, infatti, Washington e Pechino condividono un’esigenza identica e antichissima: che il monopolio della potenza rimanga proprietà esclusiva degli Stati, possibilmente dei propri. Nessuno dei due ha interesse che uno strumento tanto formidabile quanto poco prevedibile finisca nelle mani di qualche gruppo terroristico, organizzazione criminale, o nerd squilibrato che smanetta da un garage nel Wisconsin o a Chengdu, magari intenzionato a sintetizzare un patogeno virale o paralizzare una rete elettrica. Anzi, entrambi hanno tutto da guadagnare a scambiarsi informazioni sugli incidenti e a tenere aperta una linea diretta per i momenti di crisi. Sulla carta, dovrebbe bastare.
Invece no. La ragione è semplice quanto disarmante: cooperare richiede rinunce, e di fronte a quelle, a Washington e Pechino, l’entusiasmo tende a raffreddarsi. Tanto più quando nessuno si fida di nessuno: i governi diffidano tra loro, le aziende dei governi, l’opinione pubblica tanto delle une quanto degli altri. Trovare regole comuni partendo da ecosistemi e priorità diversi è già un’impresa ardua. Farlo mentre entrambe le capitali considerano la stessa tecnologia decisiva per il proprio futuro la rende quasi impossibile. Non c'è da sorprendersi: la diffidenza è la condizione naturale delle relazioni tra potenze, perché fidarsi costa. Accettare ispezioni, limitare una capacità o rallentare una ricerca sono ottimi modi per dimostrare di essere affidabili. Hanno soltanto il piccolo inconveniente di comportare un prezzo strategico spesso insostenibile. Washington potrebbe frenare per convincere Pechino delle proprie intenzioni, senza alcuna garanzia che Pechino faccia altrettanto. E viceversa. Il risultato è che ciascuno preferisce accollarsi il rischio potenziale di ciò che la tecnologia potrebbe provocare domani, piuttosto che pagare il prezzo certo di lasciare campo libero all’avversario oggi.
In fondo, la fiducia non è mai stata una virtù spontanea. Non nasce quando si smette di avere paura dell’avversario, ma quando si comincia a temere una minaccia ancora più grande. Lo dimostra, in tutta la sua drammaticità, la storia nucleare. Nessun trattato di non proliferazione sarebbe potuto sorgere dal timore preventivo di una bomba di cui nulla si sapeva. Solo dopo l’orrore di Hiroshima e Nagasaki, quando l’atomica è passata da ipotesi scientifica a esperienza umana, il terrore della catastrofe superò quello dell’avversario. La fiducia non aveva sconfitto la paura: al contrario, era la paura stessa a produrla.
Con l’intelligenza artificiale siamo ancora prima dell’esplosione. Possiamo simulare un attacco capace di paralizzare infrastrutture, immaginare una pandemia sintetica, calcolare probabilità inquietanti con precisione decimale. Ma finché l’orrore resta una previsione virtuale, il suo costo rimane astratto e converrà accelerare piuttosto che fermarsi, sospettare il rivale piuttosto che fidarsi di lui. A mancare non è la buona volontà, ma l’esperienza della devastazione che la renda necessaria. Se la paura preventiva divide, la paura vissuta può, al contrario, unire. Un attacco informatico devastante, una crisi biologica o un altro shock abbastanza grande da entrare nella memoria collettiva trasformerebbe la previsione in ricordo. A quel punto fidarsi resterebbe rischioso, ma sempre meno che non farlo. Non è certo un motivo per augurarsi la catastrofe. È, semmai, un valido argomento per tentare di evitarla continuando a cercare un accordo efficace il più presto possibile. Se il primo vero shock dell'era dell'intelligenza artificiale dovesse arrivare, sarà quello il momento in cui Washington e Pechino dovranno trovare la fiducia che oggi si negano. Non perché saranno diventati più saggi, ma perché avranno più paura di prima.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire