Generazione Z, il presente come terreno di conquista

Case, salari e banchi di scuola servono adesso, e la torta non basta per tutti, soprattutto in un continente dove gli anziani sono elettoralmente preziosi
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October 25, 2026
Generazione Z, il presente come terreno di conquista
/ Fotogramma
Cambiare il mondo non è mai stato così facile. A patto, naturalmente, di avere qualche miliardo di dollari e una costellazione di satelliti, come ha ricordato Elon Musk all’esercito ucraino, rallentando Starlink. Per tutti gli altri, soprattutto i più giovani, persino cambiare la propria vita sembra essere diventato un’impresa. Il potere si concentra sempre più nelle mani di chi non ha bisogno del consenso di nessuno: nella Silicon Valley scrive algoritmi, altrove porta una divisa o distribuisce impieghi agli amici degli amici. Cambiano gli inquilini dell’ultimo piano, non la vista dal piano terra. Si può votare, protestare, indignarsi. Decidere, no.
Fuori dall’Occidente, la Generazione Z non lo sopporta già da tempo. Dall’Iran al Bangladesh scende in piazza contro élite politiche ed economiche che amministrano le vite dei giovani senza concedere loro alcuna voce in capitolo. In Nepal ha rovesciato un governo in quarantotto ore, in Kenya ha respinto nuove tasse, in Madagascar ha protestato per l’acqua e la luce che non arrivavano. In India i ragazzi si sono fatti chiamare scarafaggi, in Albania hanno assediato i palazzi del potere. Corruzione, privilegi, nepotismo, servizi negati: ogni piazza ha i propri conti da regolare. Al di là delle rivendicazioni specifiche, però, tutte rifiutano la stessa condanna: restare spettatori impotenti del proprio presente.
La sorpresa, semmai, sembra arrivare dall’Europa. Qui la Generazione Z è cresciuta più inquieta per il domani che insofferente verso l’oggi. Fino a ieri, scendeva in piazza per il clima, contro il debito che avrebbe ereditato, per un mondo da consegnare intatto a chi sarebbe venuto dopo. In un continente di anziani, persino la gioventù aveva imparato a guardare lontano, come fa di solito chi sa di non avere più molto tempo davanti. Il presente, con tutte le sue ingiustizie, sembrava ancora sopportabile e, in qualche misura, nelle proprie mani. Era il futuro a rischiare di non esserlo più.
Oggi qualcosa sta cambiando. Da Parigi a Marsiglia i liceali bloccano il Paese per scuole con soffitti che gocciolano e corridoi infestati dai topi, e in Italia, tra istituti occupati e cortei contro il carovita degenerati in guerriglia e saccheggi, si promette di “fare come in Francia”. In Spagna si dorme in tenda perché un affitto è ormai un lusso da adulti benestanti, in Belgio si sfila contro i tagli all’istruzione. Non che il pianeta abbia smesso di preoccupare. Ma è difficile pensare al riscaldamento globale quando in aula manca quello dei termosifoni. Si reclamano un posto in classe, una stanza, uno stipendio. E, prima ancora, il diritto di dire la propria su chi ne decide. Il futuro insostenibile ha ceduto il passo al presente insopportabile.
Se questa tendenza si consolidasse, la Generazione Z europea finirebbe per assomigliare più ai coetanei di Kathmandu che ai propri genitori. Al netto di casseurs e incappucciati, che vivono ogni protesta come un’occasione per devastare, con i ragazzi nepalesi condivide già gli striscioni e i costumi cosplay. Non che Parigi sia finita ai piedi dell’Himalaya: tra chi scende in piazza per un affitto accessibile e chi per l’acqua potabile, la distanza è ancora significativa. Comincia però a diffondersi la medesima sensazione di annaspare, alla mercé di una casta irraggiungibile che stabilisce se e quando lanciare il salvagente.
Per l’Europa sarebbe una rivoluzione tanto politica quanto culturale, perché trasformerebbe un’intesa tra generazioni in uno scontro. Finché i giovani chiedevano di salvare il mondo, la politica poteva promettere soluzioni al 2050, possibilmente senza disturbare troppo il bilancio di oggi. Ma case, salari e banchi di scuola servono adesso, e la torta non basta per tutti. In un continente dove gli anziani sono elettoralmente preziosi, la fetta più grossa è già nel piatto dei nonni, e nessun governo osa allungare la forchetta. Lo si è visto in Francia, dove è bastato sfiorare le pensioni perché tutto venisse sospeso.
È qui che i problemi di Parigi, Milano e Kathmandu finiscono davvero per somigliarsi. I ragazzi di tutte e tre non hanno satelliti né miliardi, solo cartelli, piazze e il sospetto che il loro voto pesi meno di un aggiornamento software. Con l’aggravante, per i giovani europei, di non avere mai nemmeno i numeri per superare l’impotenza, condizione non sempre sufficiente, ma certo necessaria. Se le istituzioni non riusciranno a colmare questo vuoto, a riempirlo rischia di essere solo la rabbia, che in piazza già divora le legittime ragioni di chi protesta. O, peggio, l’ennesimo salvatore della patria, pronto a restituire il presente in cambio di tutto il resto.

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