Cerchiamo (disperatamente) fiducia come chi assalta il frigorifero di notte

Il problema non è che non ci fidiamo più di nessuno, ma che ci fidiamo fin troppo, in modo del tutto disfunzionale. Senza poter verificare intenzioni e capacità di chi ci governa, ci aggrappiamo a chi ci rende sopportabile il presente. Ma i facili entusiasmi non costruiscono rapporti duraturi
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November 1, 2026
Tra chi esulta, chi grida ai brogli e chi trattiene il fiato, la girandola elettorale di questi giorni – dalla Serbia al Brasile, da Israele agli Stati Uniti – somiglia a un gigantesco referendum per decidere a chi affidare il futuro del pianeta. I vincitori brindano all’alba di una nuova era, gli sconfitti annunciano la fine del mondo. Poi, svanita l’euforia o sbollita la rabbia, resta una domanda semplice: di chi possiamo fidarci davvero? A giudicare da quello che si sente, la risposta è: di nessuno. La sfiducia è diventata la spiegazione universale di ogni crisi politica, economica e sociale. Peccato che sia una fake news. Il problema, semmai, è che ci fidiamo fin troppo. Il bisogno è così disperato che lo facciamo in modo del tutto disfunzionale. Come chi assalta il frigorifero alle due di notte: in fretta, a caccia di zuccheri, senza leggere la data di scadenza.
Non che scegliere con giudizio sia facile. Come fidarsi di chi, a Washington o a Gerusalemme, conduce una guerra, quando non è chiaro se a guidarlo venga prima l’interesse generale o il tornaconto personale? Per non parlare di chi, in Brasile, si presentava come il salvatore del popolo e, appena sconfitto, fugge in Florida per sottrarsi ai giudici. Persino l’avversario politico, delle cui mosse dovremmo essere ragionevolmente sicuri, diventa un’incognita: lo si vede in America, dove alla vigilia del voto i democratici accusano Trump di voler piegare le regole della democrazia e lui si dice vittima di regole già distorte a suo danno. Intanto i colossi tecnologici decidono che cosa leggiamo e vediamo, senza che nessuno sappia davvero con quali interessi.
Certo, non è che siano tutti bugiardi o incapaci. Il punto è non riuscire più a distinguere chi lo è da chi no, né a capire se una promessa tradita nasconda un inganno o un fallimento. Ciascuno chiama cautela la propria diffidenza e malafede quella altrui. È un guaio serio, perché fidarsi non significa soltanto credere a qualcuno, ma affidargli un pezzo di noi: libertà, sicurezza, decisioni. È una scommessa sul futuro che si paga subito e si incassa, se va bene, col tempo. Perché sia ragionevole, dunque, servono almeno due condizioni: qualche indizio sulle intenzioni dell’altro e qualche prova delle sue capacità. Oggi vacillano entrambe. L’ambiguità delle intenzioni è diventata una forma di potere: se una minaccia può essere un piano, una provocazione o l’apertura di una trattativa, bisogna prepararsi a tutto. Trump ne ha fatto una dottrina: ottima per spiazzare un rivale, pessima per organizzare il mondo. Ma neppure i propositi dei democratici sono chiari: conquistando il Congresso, sceglieranno di occuparsi del carovita oppure di concentrare tutte le forze sull’impeachment del presidente? Le capacità sono un’incognita ancora maggiore. Vincere le elezioni non significa possedere automaticamente gli strumenti per governare. In Israele chi vuole chiudere l’epoca di Netanyahu dovrà dimostrare di saper gestire guerre e fratture interne senza ripeterne gli errori. In Serbia gli studenti che hanno battuto Vucicć dovranno trasformare due anni di proteste in un governo, senza esperienza di potere. Ovunque, le destre scoprono, una volta elette, vincoli che dall’opposizione chiamavano alibi, le sinistre difendono progetti per cui non trovano i mezzi. E viceversa. Il bugiardo e l’onesto finiscono per vendere la stessa merce: un futuro di cui nessuno dei due può garantire la consegna.
La conclusione sensata sarebbe non fare più credito a nessuno, se solo ce lo potessimo permettere: piaccia o no, dipendiamo da persone, istituzioni e tecnologie senza poterne verificare né intenzioni né capacità. Così, senza promesse durature su cui contare, ci aggrappiamo a chi ci rende sopportabile il presente, con il risultato che, anziché usare la verità per decidere di chi fidarci, usiamo la fiducia per decidere che cosa sia vero. È questa la fiducia che cercavamo nel frigorifero. Come lo zucchero, regala un’impennata di energia attorno a un leader, a una piazza, a un’elezione vinta; poi l’inevitabile crollo. L’entusiasmo è autentico, ma una gratificazione immediata non basta a nutrire un organismo a lungo. E quando l’illusione si sgonfia, la delusione prende il sapore dell’umiliazione e la fame, anziché placarsi, aumenta. Attenzione, dunque, ai facili entusiasmi come alle delusioni brucianti. Sono fiammate utili, certo: senza di loro non si riempie una piazza né si manda a casa un governo. Ma, se accendono la fiducia, non la costruiscono. Per quello servono tempo e istituzioni che la tengano in piedi anche davanti a un errore, a un dissenso, perfino a un impegno mancato. Altrimenti continueremo a rovistare in fondo al frigo in cerca dell’ultima fetta di torta, avendo dimenticato come si prepara la cena.

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