A Jenin, tra i “figli del muro” divisi dal rancore: «Così la politica ci ha tradito»

di Nello Scavo, inviato a Jenin (Cisgiordania)
Dal Golan israeliano ai campi profughi, i giovani crescono preparandosi a combattere e accusano i leader di averli abbandonati. Così cresce la radicalizzazione sui due fronti
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October 31, 2026
A Jenin, tra i “figli del muro” divisi dal rancore: «Così la politica ci ha tradito»
Una soldata sorveglia la marcia dei coloni nel nuovo insediamento illegale a Kadim, in Cisgiordania / Alamy
«Sono io Davide, Golia è quello lì». Il ragazzo ha il volto coperto da un panno scuro, una pistola nei pantaloni, i piedi nel fango del campo profughi. Indica una torretta israeliana sopra il muro di 8 metri. Più a nord, dalle alture del Golan i diciottenni Omer e Tomer si preparano al servizio militare. Divisi sulla politica, entrambi si dicono pronti a sparare ai palestinesi. I fiori del male sbocciano nell’aridità del rancore. Troppi giovani delle due parti si specchiano nel furore degli altri. «Oggi Jenin, domani Nablus, poi Hebron. Dopo di me ce ne saranno altri», assicura il ragazzo con la pistola. Parla già di chi prenderà il suo posto, mentre si immedesima nel giovanissimo eroe biblico che sconfisse il titano. Davide, Dawud per i musulmani, è anche un profeta del Corano. Ma Golia oggi per loro ha la divisa israeliana. Omer e Tomer avranno quell’uniforme, e la stella di Davide. Omer sostiene il Sionismo religioso del “ministro delle colonie” Smotrich: «Non condivido molto quello che fa nella Striscia». Pausa. Ma «sostengo ciò che fa nei Territori. Abbiamo bisogno di un Israele forte e sicuro». Tomer vuole cambiare: «Vorrei che chi governa avesse buoni valori e facesse ciò che è meglio per il Paese, non per sé stesso».
Dopo il massacro del 7 ottobre Amihai, neomaggiorenne di Shomria, vicino a Gaza, dice che non cerca chi gli garantirà una casa fra dieci anni, «ma di essere ancora vivo, tra dieci anni». Yael, stessa età, vorrebbe vedere «cambiato il futuro di questo Paese». Tra parolacce in inglese e ragionamenti in ebraico, torna un’accusa antica: «Traditore». Yitzhak Rabin, generale e primo ministro firmatario degli accordi di pace di Oslo, venne assassinato nel 1995 da un estremista ebreo. Poche settimane prima Itamar Ben-Gvir, oggi ministro della Sicurezza nazionale, mostrava in televisione il simbolo strappato dall’auto del premier: «Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui». Nel giorno del voto Ruby Chen, di Netanya, padre del soldato Itay, ucciso il 7 ottobre, è stato chiamato «traditore» mentre mostrava la foto del figlio e prometteva che non avrebbe votato per Netanyahu.
Fuori Jenin, dove avanzano coloni, soldati e bulldozer israeliani, i «traditori» sono i politici di Ramallah. Arab, 17 anni, porta nel marsupio una fionda e la foto del fratello combattente, ucciso a 15 anni da un drone israeliano. Ammette di non sapere cosa sia la politica: «Noi non votiamo. Abu Mazen ci prende in giro. Annuncia le elezioni e poi le rimanda di un anno». Il quartiere è come lo avevamo lasciato mesi fa. Gli artigli dei caterpillar avevano spezzato l’asfalto, sfondando condutture e scarichi. I rubinetti sono ancora a secco. A migliaia sono sfollati. «Se riusciamo a respingere gli israeliani, abbiamo vinto. Se riusciamo a ucciderli, abbiamo vinto», urla Arab, quasi a raccogliere il consenso dei coetanei intorno. E se morite voi o finite in prigione? «La nostra è la vittoria dei martiri». Ibrahim si era fatto tagliare i ricci come l’amico morto sotto una scarica di mitra davanti al vecchio cimitero del campo profughi: «Il problema non è Hamas, il problema è che non abbiamo diritti, che non abbiamo possibilità, e che ci schiacciano come insetti». Alle urne, dice, non avrebbe dubbi: «Voterei per i candidati di Hamas».
Difficile pensare al futuro in una terra dove il lessico condiviso è quello del conflitto. Un ragazzo si prepara all’esercito di uno Stato, un coetaneo vive sotto occupazione e si tiene pronto a combattere. La guerra è dentro ogni casa. A Ramallah un ex detenuto di 58 anni, liberato negli scambi per gli ostaggi di Gaza, non si capacita dell’avanzata degli insediamenti israeliani: «Quindi stiamo perdendo?». Un ragazzo con la fascia verde di Hamas grida «Palestina libera». Nella Muqata’a, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen prometteva «pluralismo politico» e «trasferimento pacifico del potere». Ma le elezioni restano rinviate. L’ultimo voto presidenziale risale al 2005. Un’intera generazione non ha mai scelto i propri governanti. Intanto Khalel Alaa Sabeh, diciottenne palestinese con cittadinanza israeliana, ha potuto scegliere: «Non lascerò il Paese. Questa è la mia terra, questa è la mia casa». Il coetaneo di Jenin attende ancora di votare per un Parlamento palestinese.
C’è chi prova a rompere lo specchio su cui si riflettono i figli dell’odio. Lior Amihai, direttore di Peace Now, movimento israeliano per la pace, è stato aggredito da coloni durante una visita in Cisgiordania. Uno gli chiedeva: «Perché avete portato qui degli arabi?». Peace Now replica che è «tempo di fermare il deterioramento e cominciare il lungo cammino verso un accordo politico e la pace». Rula Daood, palestinese israeliana già alla guida di Standing Together, sigla di attivisti arabi ed ebrei, indica un’altra strada: «Per anni la politica si è fatta separatamente per gli ebrei e per gli arabi. Noi offriamo un’altra visione: la collaborazione». Non è una riconciliazione facile. È dissenso, ma anche questo è chiamato «tradimento».

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