In classe parliamo (anche) di islam. E nessuno è diventato fondamentalista
Un insegnante di religione racconta. Cosa prevedono le “indicazioni nazionali” di ministero e Cei per l’insegnamento dell'Irc

Faccio outing: sono un insegnante di religione cattolica e ogni anno, ai miei ragazzi, parlo di islam. Porto anche in aula una traduzione del Corano e leggiamo insieme gli estratti di alcune sure. Non sono un pericoloso talebano: semplicemente, rispetto le Indicazioni nazionali che prevedono – e non da ieri – lo sviluppo di competenze legate al dialogo con persone di religioni differenti, in una prospettiva di accoglienza e confronto. Per questo, in un mondo normale, le accuse contro la Cei e il cardinale Zuppi, che con la pubblicazione delle Schede per conoscere l’Islam si sono resi colpevoli – almeno secondo i soliti polemisti con i paraocchi – di voler costringere noi insegnanti di religione a fare un indottrinamento pro-islam, si chiuderebbero in due secondi con il più classico dei «ma mi faccia il piacere». Basterebbe infatti aver letto le Indicazioni nazionali per l’insegnamento della religione cattolica o, se informarsi costa troppa fatica, almeno sfogliato un libro di testo: si sarebbero imbattuti in pagine e pagine dedicate all’islam, all’ebraismo, all’induismo, e magari pure allo shintoismo e allo zoroastrismo. E questo perché, per l’appunto, i libri non possono ignorare le Indicazioni nazionali, che sono uno dei nostri principali riferimenti nella progettazione della didattica e insistono sulla necessità di contribuire «alla formazione di persone capaci di dialogo e di rispetto delle differenze [...] in un contesto di pluralismo culturale e religioso» (dalle Indicazioni del primo ciclo).
Le Schede per conoscere l’Islam , curate dalla Cei e dal Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica («Pontificio Istituto», non Al-Qaida), vanno proprio in questa direzione. Sono uno strumento rivolto a noi insegnanti su alcuni grandi temi, dagli usi liturgici del Corano alla presenza dell’islam in Italia. Non l’enciclopedia completa dell’islam, ma un piccolo faro, anche solo per ricordarsi – o scoprire – la differenza tra imam, qadi e mufti, o avere qualche informazione in più sui famosi «cinque pilastri». Per qualche mio collega molto preparato, ne sono certo, le schede non saranno molto utili: nessun problema. Ci sarà invece chi è più ferrato su altri temi (la storia della Chiesa, l’arte cristiana, i testi sacri... La disciplina ha una portata molto ampia e nessuno di noi è tuttologo) e di quel materiale avrà più bisogno. Non siamo onniscenti – e soprattutto no, neppure i bastonatori di chi non è cristiano, come qualcuno ci vorrebbe – e offrire uno strumento di questo tipo fa solo bene. Così come è stato fatto con le Schede per conoscere l’Ebraismo , presentate per la prima volta nel 2023, e che non hanno sollevato critiche perché, evidentemente, i soliti polemisti quella volta erano distratti. Mi auguro che, presto, vengano preparate anche delle schede sull’induismo e sulle religioni africane e orientali, e magari anche sulle varie confessioni cristiane. Perché per costruire un clima di dialogo, come le Indicazioni nazionali ci chiedono di fare, occorre cercare di conoscere. Quando insegnavo alla primaria i miei alunni tornavano a casa con piccoli modellini di moschee e sinagoghe (erano molto più bravi di me a realizzarli, e ci voleva poco), da quando sono alla secondaria di primo grado giochiamo a una specie di “Masterchef interreligioso” («No Marco, va bene che siamo a Bologna, ma il panino alla mortadella non possiamo inserirlo nel menu, ricordi?»). A quanto mi risulta, non sono diventati fondamentalisti. E, soprattutto, non hanno mai vissuto la loro fede – che tocca le dimensioni più intime e profonde dell’uomo – con la mentalità di un hooligan che impazzisce quando vede persone con la sciarpa di un’altra squadra. Questo lo lasciano fare ad altri.
Docente di religione cattolica
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