I giudici sono chiamati ad essere «imparziali» non «neutrali»
Il caso della gip di Milano Tiziana Landoni che ha disposto la scarcerazione di Youssef Siher

Le discussioni che si sono sviluppate intorno al provvedimento di scarcerazione di Youssef Siher, preso dalla gip di Milano Tiziana Landoni, hanno avuto come punto determinante la contestazione fatta alla giudice del Tribunale milanese di aver firmato un anno fa un appello di “Giuristi per Gaza”. «Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza», 3.500 giuristi avevano sentito «il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali», e invitavano a leggere, all’inizio di ogni udienza e di ogni lezione universitaria, il Preambolo dello Statuto della Corte Penale Internazionale, nel quale, tra le altre cose, si ricorda «che è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali».
A parere di molti critici, l’aver firmato questo appello doveva indurre la gip ad astenersi nel giudicare sulla questione Siher, perché la posizione espressa con la firma di quell’appello inquinava la parzialità del suo giudizio. Aldilà delle polemiche politiche, che come sempre in Italia sono dietro l’angolo e che tendono a strumentalizzare ogni vicenda, può essere questa l’occasione per fare alcune considerazioni sul ruolo e sulla figura dei giudici, dei giuristi e del diritto in generale in una società liberaldemocratica. Una delle grandi conquiste dell’immediato dopoguerra è di aver superato la falsa illusione che il giurista sia un mero tecnico chiamato ad essere servo della legge qualunque contenuto essa abbia. In questo senso, si ripete spesso la nota espressione di Montesquieu secondo cui il giudice non è altro che «la bocca della legge». Ma le vicende della prima metà del Novecento, in particolare l’affermazione di stati totalitari che hanno provocato enormi tragedie anche per il tramite del diritto, hanno portato a superare l’idea che «la legge è sempre legge», e hanno condotto alla ferma convinzione che ci sono dei limiti che non possono essere oltrepassati nemmeno dal legislatore rappresentante del popolo sovrano. Limiti oltrepassati i quali, il giurista ha l’obbligo di non riconoscere la giuridicità della legge: come diceva uno dei più importanti giuristi tedeschi del Novecento, Gustav Radbruch, quando la legge diventa «sommamente ingiusta», i giuristi devono mettere da parte il valore della certezza del diritto (che è il loro faro nei tempi ordinari) e privilegiare il valore della giustizia. Oltre quel limite, infatti, non ci si ritrova più davanti ad un diritto ingiusto ma a quello che Radbruch chiamava un non-diritto (Unrecht).
Tutto questo ha trovato realizzazione nelle Costituzioni del secondo Novecento, in particolare con l’istituzione del giudizio di costituzionalità e delle Corti costituzionali. Come avviene nel nostro ordinamento, i giudici non devono appellarsi alla propria coscienza ma devono fare riferimento ai valori costituzionali e rinviare tutto alla Corte, qualora si trovino di fronte ad una legge che a loro parere violi i principi fissati nella Costituzione. Cosa c’entra tutto questo con la firma di un appello a favore delle vittime di Gaza? In questo caso, non si tratta (apparentemente) di questioni giuridiche, bensì di una presa di posizione politica; questo almeno è quanto denunciano i critici della gip di Milano. Ma le cose non stanno in questo modo, perché la finalità di quell’appello era appunto di richiamare l’attenzione su una situazione rispetto alla quale non si può stare a guardare e nella quale il diritto internazionale – e cioè coloro che hanno l’obbligo di farlo valere –, è chiamato a intervenire. Peraltro, non necessariamente la firma di un appello (o una qualche altra simile iniziativa) fa venir meno l’imparzialità del giudice. Come spiegava Norberto Bobbio negli anni ‘50 discutendo con gli intellettuali comunisti, bisogna avere chiara e tener ferma la distinzione tra neutralità e imparzialità . I giudici – come qualunque altro cittadino, peraltro –, non sono chiamati ad essere neutrali rispetto alle questioni in cui siamo immersi. Essi svolgono una funzione pubblica, e in quanto tali sanno bene che il diritto non funziona “da solo”, ma può produrre i suoi effetti soltanto se coloro che hanno il dovere di metterlo in atto si fanno carico del loro compito (lo sottolinea molto bene Micaela Frulli nel suo ultimo libro sul diritto internazionale). Ma questo non fa venir meno l’imparzialità, che è invece legata alla capacità di valutare oggettivamente le responsabilità, le situazioni, le colpe, di ciascuno, senza pregiudizi. Un giudice non neutrale, capace di vedere i mali del mondo e di prendere parte alla presa di coscienza collettiva, non è necessariamente, anzi non è affatto, un giudice parziale. Guai a pensare di dover avere giudici neutrali che non sanno più vedere quando il limite della disumanità e della violazione del diritto sia stato oltrepassato. Come scriveva Bobbio, «si può benissimo non restare neutrali, cioè mettersi da una parte piuttosto che da un’altra, mantenendosi fedeli al metodo dell’imparzialità. E, d’altra parte, si può essere parziali, parzialissimi, in una posizione di neutralità». Se in nome della imparzialità pretendessimo di avere dei giudici neutrali, avremmo intrapreso la strada per un ulteriore allontanamento dallo spirito democratico che deve animare il nostro sistema politico e istituzionale. La democrazia non ha bisogno di tecnici pronti a servire qualunque potere, ma necessita di cittadini, giudici, poliziotti e funzionari di ogni genere, che sappiano tutelare sempre i valori democratici che sono chiamati a servire e incarnare. Imparziali sì, quando sono chiamati a giudicare, ma non neutrali quando devono prendere posizione rispetto alle violazioni del diritto e dei diritti.
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