Israele, Eisenkot apre ai partiti arabi
di Nello Scavo Inviato a Gerusalemme
Le condizioni per trattare: «Stato ebraico, servizio militare o civile e Hamas terrorista»

«La porta sarà aperta a qualunque parlamentare disposto ad accettare i nostri principi». Gadi Eisenkot tenta di trasformare la maggioranza anti-Netanyahu in governo. La dichiarazione diffusa sabato sera dal leader di Yashar fissa quattro condizioni che aprono all’intesa ma pongono condizioni per i voti decisivi dei partiti arabi.
Esige il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l’adesione ai valori della Dichiarazione d’indipendenza; il servizio militare, nazionale o civile per tutti i cittadini; il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e della necessità di distruggerne il potere militare e di governo a Gaza. Eisenkot promette un esecutivo «sionista e istituzionale, il più ampio possibile». Ma prima del voto aveva escluso che le liste arabe fossero pronte ad accettare quei requisiti.
L’aritmetica spiega il problema. Il blocco Netanyahu ha 53 seggi, quello dei partiti ebraici contrari al premier 48. Le due liste arabe ne hanno conquistati 19: insieme agli oppositori di Netanyahu fanno 67, 6 oltre la maggioranza assoluta. Ma non sono una coalizione. Avigdor Lieberman rifiuta l’appoggio dei partiti arabi; Naftali Bennett non ha finora accettato questa soluzione.
Fonti dei partiti arabi contattate da Avvenire spiegano a quale punto sia l’accordo: «Sono in corso le trattative. Noi arabi abbiamo accettato di rimanere in silenzio e di dare a Eisenkot l’opportunità di formare un governo e di non sabotarlo». Il patto prevede che i partiti dei palestinesi israeliani forniscano un appoggio esterno «senza ottenere nulla in questa fase, pur di sostituire Netanyahu».
Yair Golan, leader dei Democratici, chiede un loro coinvolgimento pieno, anche se all’interno delle correnti palestinesi emergono divergenze. Eisenkot ha incontrato Yair Lapid per «coordinare le mosse» e rivendica un mandato: secondo il suo calcolo, oltre mezzo milione di elettori in più avrebbe votato contro il governo uscente. Secondo indiscrezioni della stampa israeliana, anche un sostegno esterno degli ultraortodossi di “United Torah Judaism” è messo nel conto, a patto di garantire il servizio civile universale al posto della leva militare per gli studenti delle scuole rabbiniche.
Alla prima seduta della nuova Knesset, il 10 novembre, Eisenkot intende promuovere una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre 2023, la leva per tutti (militare e civile) e l’abrogazione delle contestate norme sulla giustizia. «È il parlamento che dà la fiducia al governo, non il contrario», avverte il generale. Sul fronte iraniano, annuncia che sosterrà nuove operazioni militari solo in presenza di minacce dirette e immediate che non consentano di aspettare la formazione del governo.
Yashar, il partito del generale che potrebbe spodestare Netanyahu, ha accusato esponenti del Likud di aver contattato suoi futuri deputati. A Tel Aviv e Gerusalemme nelle stesso ore centinaia di manifestanti hanno chiesto un governo ebraico-arabo. Per Eisenkot la sfida non è più soltanto battere il premier: è convincere i vincitori del voto anti-Netanyahu a governare insieme.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





