«Un tempo Netanyahu cercava i voti di noi arabi. Ora vuole un regime »

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Wadie Abunassar dirige il “Forum dei cristiani di Terra Santa”. «Bibi teme che gli arabi aiutino Eisenkot a governare. Così distrugge la convivenza». L’allarme per i credenti: «La maggioranza vorrebbe andarsene. Non chiediamo potere, ma uguaglianzai»
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November 1, 2026
«Un tempo Netanyahu cercava i voti di noi arabi. Ora vuole un regime »
«La domanda è se Netanyahu stia trasformando Israele da Paese in regime». Wadie Abunassar, analista politico e consulente di ambasciate, è cofondatore e coordinatore del “Forum dei cristiani di Terra Santa”. La sua voce, oggi rotta dall’indignazione, rappresenta la società civile cristiana di ogni confessione, e tutti lo ascoltano. Un tempo, anche Benjamin Netanyahu. La sua carta di identità tiene insieme cittadinanza israeliana, appartenenza palestinese e fede cristiana. La famiglia, racconta, visse per oltre tre secoli a Nazareth, trasferendosi a Haifa nel 1948, quando i palestinesi vissero la Nakba, la “catastrofe” che accompagnò la nascita di Israele, quando circa 750mila persone fuggirono o furono espulse dalle proprie case.  Nel maggio 2021 tre delle sue figlie furono aggredite da estremisti ebrei. Abunassar cercò di minimizzare per scongiurare vendette e scontri. Ma il futuro dei cristiani è una domanda che attraversa anche casa sua: «Ho una moglie e quattro figlie. Sono l’unico a insistere per restare». Si presenta così: «Cento per cento palestinese, cento per cento israeliano, cento per cento cristiano».
Perché definisce «cruciali» queste elezioni?
Per tre ragioni. La prima: tutto ruota attorno a Netanyahu. È pericoloso. La seconda è la frammentazione interna e l’isolamento esterno. Molti non lo comprendono. La terza: nessuna guerra è chiusa. Non c’è una vittoria chiara a Gaza, in Cisgiordania, Libano, Yemen o Iran. Eppure, invece di riflettere sui limiti delle soluzioni militari, c’è chi invoca più forza. Netanyahu continua ad alimentare la paura. E chi ha timore ragiona con le emozioni, non con la testa.
Che significato ha delegittimare il voto arabo?
Anni fa Netanyahu si definiva Abu Ya’ir, “padre di Yair”, in arabo come si fa citando il primogenito. Cercava gli arabi perché ne aveva bisogno. Ora teme che aiutino Eisenkot a formare un governo e li delegittima. Ma attacca chiunque non serva i suoi interessi. Qualcuno dirà che il bersaglio sono i musulmani, ma vediamo razzismo anche contro i drusi che servono nell’esercito. Lo scopo è danneggiare i cittadini arabi, cristiani inclusi. E così si distrugge la speranza della convivenza.
Sosterrebbe Eisenkot con l’appoggio esterno palestinesi, senza ministri arabi?
Chiedo tre cose: uguaglianza tra i cittadini, pace con i vicini, soprattutto i palestinesi, e un autentico liberalismo. Sosterrei chi si avvicina a questi obiettivi, anche Netanyahu. Il mio problema con lui non è personale, è sostanziale: sta trasformando Israele in un regime. Non conta se l’appoggio arabo sia esterno o interno. Conta la speranza. Sosterrò chiunque la offra, anche fosse  Ben Gvir. Ogni essere umano è creato a immagine di Dio. Giudico dai fatti. Chi produce guerre, disperazione e ingiustizia, anche se mio fratello, non avrà il mio sostegno.
I cristiani che posto hanno?
La rappresentanza parlamentare è raddoppiata: nella “Lista Unita” (la principale formazione degli arabi israeliani, ndr) ci sono due deputati battezzati, uno cattolico e uno ortodosso. Ma i problemi restano. Le istituzioni ci trattano come arabi, dunque cittadini meno uguali. Non abbiamo un interlocutore: davanti agli atti vandalici il governo è parte del problema, non della soluzione. In Giordania c’è stato un massacro di cristiani la settimana scorsa, e il re è andato subito da loro e li ha ascoltati e promesso protezione. Qui  i cristiani, i luoghi santi, gli esponenti religiosi, vengono minacciati, aggrediti, insultati. Ma Netanyahu non c’è.
L’identità araba non è usata come arma contro l’appartenenza israeliana?
C’è una crisi d’identità. Alcuni dicono: siamo israeliani, non arabi. Altri: siamo palestinesi, non israeliani. Dovremmo essere orgogliosi della fede in Gesù, cittadini leali d’Israele e membri attivi del popolo palestinese. Non c’è contraddizione. 
Dopo il 7 ottobre è più difficile restare?
La maggioranza dei cristiani vorrebbe partire. Il 14 novembre presenteremo dati scioccanti. Molti restano perché non hanno i mezzi o per ragioni familiari. Mia moglie e le mie figlie non stanno lottando per partire. Ma se decidessi di andarmene non direbbero di no. Molti cristiani percepiscono più razzismo tra gli ebrei israeliani, la crescita dell’islam radicale e l’abbandono del mondo cristiano. Io dico: dobbiamo essere come gli apostoli. Non avevano denaro né istruzione, non c’era il Vaticano. Affrontarono l’Impero romano e cambiarono il mondo con fede, amore e perseveranza. Non possiamo aspettare che altri risolvano i nostri problemi.
Cosa chiede al prossimo premier?
Non voglio privilegi, né stare sopra gli altri. Ma non accetto di essere inferiore. Se chiamo l’ufficio del premier per un problema, voglio una risposta. Netanyahu è il premier più longevo della storia israeliana: lo sfido a dire se abbia mai convocato i leader delle Chiese. Mai. È mancanza di rispetto per tutta la comunità cristiana. Voglio che il premier sia il padre di tutti i cittadini, che ciascuno senta di ricevere lo stesso amore. Non chiedo miracoli. Chiedo una cosa semplice: uguaglianza.

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