La barba di Brahms
Brahms oltre la barba: dietro l’immagine del maestro maturo si nasconde il prodigio di una giovinezza musicale folgorante
Chissà perché di Johannes Brahms si replica solo e sempre il ritratto che s’accampa nella fotografia che gli fece l’amica Maria Bellinger? È la domanda che nutre un bel libro di Piero De Martini, Johannes Brahms. Autobiografia dell’artista. Il grande musicista, da allora, è restato consegnato a quell’immagine degli anni tardi (quelli delle sinfonie): un uomo assai maturo, basso di statura, corpulento, col sigaro in bocca e la lunga barba. A pensarci bene è un destino curioso il suo, quando è vero invece che sia stata proprio la sua giovinezza a essere prodigiosa: appena ventenne, in effetti, compose tre straordinarie sonate per pianoforte, mentre a trentacinque eseguì l’opera cui forse tenne di più, il Requiem tedesco.
Bisognerebbe dimenticare allora quel ritratto, per non cancellare quel senso di struggente giovinezza di quando, «bello come il sole» (stando almeno alle parole delle figlie di Robert e Clara Schumann), irruppe nella casa del geniale Schumann sconvolgendone tutti gli equilibri, soprattutto affettivi. Pensiamoci: quanto contano in un concerto l’età, l’espressione del volto, la concitazione del gesto, il carisma e la bellezza, di chi dirige un’orchestra o suona uno strumento, rispetto alle didascalie critiche e biografiche dei programmi di sala?
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