Occhi che piangono
Gesù piange su Gerusalemme e mostra che l’amore, per essere vero, deve prendere corpo: avvicinarsi, guardare, commuoversi fino alle lacrime.
“Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa” (Lc 19,41). Avvicinarsi, guardare, piangere. In un versetto una liturgia d’amore fisica e commovente. La scelta di Gesù ormai è irrevocabile, entrerà fino al cuore di Gerusalemme, irrevocabile come irrevocabile è la fedeltà di Dio all’uomo. Ma l’amore non è solo un pensiero, non basta la decisione teorica, la vita passa sempre dal corpo e il corpo danza tre atteggiamenti che, in un versetto solo, rendono credibile il desiderio: avvicinarsi, guardare, piangere. Ogni scelta, per essere credibile, chiede di essere incarnata.
Chiede di prendere corpo. Vale anche per noi. Avvicinarsi, per verificare la nostra concreta capacità di farci vicini a chi diciamo d’amare, come il corpo di Gesù che accorcia le distanze, che nella vicinanza si assume il rischio, si espone alla possibilità del rifiuto. E poi guardare, prima di dire qualsiasi parola, prima di esprimere giudizi, chiedere ai nostri occhi di farsi accoglienti, di lasciare entrare l’altro. E infine piangere. Commossi. Lacrime calde e vere. Non esiste verità se non è irrorata dal pianto. Non esiste amore se non siamo disposti a piangere per l’amato. Non esiste Dio per chi non l’ha sentito piangere. In una lacrima l’amore prende corpo.
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