Madre
Tra madre e figlio, i gesti di cura attraversano il tempo e si scambiano i ruoli: una memoria d’amore che diventa fede, gratitudine e speranza

“I primi anni della vita passano/ veloci: il bambino si sveglia/ e mangia e poi dorme e poi si sveglia/ ancora, e se è malato muore oppure”, mi commuovo ogni volta che la parola poetica irrompe nel quotidiano a trasfigurarlo. Forse è questo l’unico motivo per cui mi ostino a scrivere. Oltre al fatto che non potrei fisicamente farne a meno. Queste parole mi raggiungono in un momento particolare della mia vita: mia madre è qui a Crocetta da me per qualche giorno. Il tempo, la morte di mio padre, la fragilità l’hanno trasformata.
E la mia casa non è agevole per il movimento: pietra e scale ovunque, come a portarsi la montagna anche tra le mura domestiche, rudezza antica. Così, muoversi chiede, a volte, un aiuto; ci si chiama, ci si appoggia, ci si sostiene. E intanto, leggendo “La camera da letto” di Attilio Bertolucci, diventa inevitabile sentire che “i primi anni della vita passano veloci”: sono già passati, ma hanno lasciato memoria. Ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto, ogni contatto di pelle tra madre e figlio piange la dolcezza del tempo dell’infanzia.
Soffre la malinconia di quando la vita si presentava carica di futuro e condivisa con le persone care. Ora quel tempo è passato, inesorabilmente, e in ogni gesto riecheggia l’assenza dei morti. Ci si sente più soli. Eppure — e questo è il miracolo — ogni cenno è carico di una memoria affettiva che sembrava solo chiedere d’essere resuscitata: una cura che, pur essendo passata, non sembra affatto esaurita. Ritorna. C’è. E così non si capisce più se è la madre che sorregge il figlio o viceversa; se è il genitore a chiamare o il figlio a essere resuscitato nel pieno della notte. Chi si prende cura di chi? Sostenersi, portare luce nei corridoi, sistemare lenzuola e cuscini sono gli stessi gesti di un tempo, identici; in mezzo, cinquant’anni che hanno aiutato a capire che i gesti di cura non si danno e non si ricevono, ma si condividono. Curare è lasciare che il tempo ci curi. Il figlio e la madre si confondono in un bisogno condiviso: arrivare al termine della notte. Vivi.
“E se è malato muore…”, così scrive Bertolucci. Tanti sono i morti da ricordare; inevitabile scivolare nel passato quando ci si concede il lusso di scambiarsi parole a cuore aperto. Ma non è passato nulla, ora comprendo: si sta come sulla riva di un fiume, scorrono le acque, verremo presto anche noi deposti, ci stiamo regalando il tempo dell’addio. Arrivederci.
“E mangia e poi dorme e poi si sveglia”, come noi, io e mia madre, in questi giorni. Tutto qui, in poche esatte parole, che dicono l’infanzia, che svelano il presente, che illuminano anche l’osso profondo della fede: eucarestia, affidamento nella preghiera, resurrezione. È tutto qui.
“Se è malato muore oppure/ guarendo è diverso, i suoi occhi/ vedono le persone e le ringraziano/ di stargli vicino nella solitudine”. Sono passati pochi giorni da quando mia madre è tornata a casa sua; mi ha ringraziato mille volte. Io ancora non sono così libero da dirle il mio grazie senza scoppiare in pianto; forse queste righe, in parte, servono a sopperire. Grazie perché siamo vivi, passando di guarigione in guarigione. È questa la fede che continua ad insegnarmi. Per giungere con speranza al “giorno di luce calma e di grande silenzio attorno”.
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