L’alito di Dio
Il respiro di Dio accompagna ogni vita: tra fragilità e speranza, la promessa di un compimento oltre la morte.

“Perciò, secondo l’antropologia ebraica, la mia «anima» non è immortale per natura: quando io muoio, cesso di vivere nella mia interezza, poiché l’alito di Dio torna a Dio, lasciando inerte la polvere, portando tuttavia con sé la mia storia, quella che ho scritto con Dio”. Trovo questa frase in un vecchio libro di Xavier Léon-Dufour dal titolo “Agire secondo il Vangelo”. Parole che mi colpiscono non tanto come spiegazione dell’antropologia ebraica ma per l’immagine dell’alito di Dio che torna a Dio.
Stamattina, dall’alto di casa mia, vedevo salire una sorta di nebbia, di foschia, verso l’Alto, mi attraversava. Succede, a volte. Sarà forse per questo motivo che mi sono commosso pensando al Soffio, al Respiro divino, al fatto di essere parte dell’Alito del Creatore con tutti i respiri del mondo. La città è alta perché respira del Suo respiro. Ho chiuso gli occhi e lasciato entrare l’aria, ho pregato per le tante fatiche e i tanti drammi che ho ascoltato anche questa settimana, storie che rischiano di spezzarlo il respiro, incontri che svelano l’impotenza umana e che aprono in me tantissima paura, quella di non essere all’altezza del dolore e dell’amore.
Respirare l’alito che proviene da Dio e a Dio ritorna, entrare in quel respiro mi ha pacificato. Un Soffio che lascia inerte la polvere e porta con sé ciò che abbiamo scritto con Dio. Spero di non aver frainteso il pensiero di Dufour; quello che è certo è che quell’immagine mi è sembrata preziosissima: rimane la storia scritta con Dio. Non per Dio, ma con Dio, il Dio che scopro nel tentativo di scrivere la mia storia. Quello rimane.
Non posso non tornare con la mente agli affetti che continuano a costruire la mia storia, non posso che commuovermi e ringraziare per tutti quei volti che sono stati per me evidenti testimoni di una vita scritta con il Padre. Non è forse questo un desiderio all’altezza della nostra umanità? Non importa, Signore, cosa, non importa dove, non importa nulla se non che io possa scrivere con te, perché il resto è polvere alla polvere.
Poche righe dopo l’autore riprende: “Questa antropologia, tuttavia, diventa cristiana soltanto se include anche ciò che si chiama la fede nella «risurrezione» (…) la quale mantiene l’unità corpo/anima e riconosce al defunto la sola «esistenza» in Dio. La «risurrezione» del composto anima/corpo consiste nella vita definitiva accordata infine da Dio. L’uomo vivente è dunque relazione con Dio grazie al quale vive e con la terra grazie alla quale si esprime”. Lascio al lettore l’approfondimento, che mi pare sempre più urgente, sul tema della resurrezione nella vita cristiana. Io, questa mattina, mi sono limitato ad assaporare quella “vita definitiva accordata infine da Dio”. Parola per parola, gustando la vita, dolce, amara, misteriosa. Sostando sul suo dirsi definitiva, cioè con un approdo, un compimento, non più esposta alla possibilità di perdersi. Accordata, un dono che assume anche qualcosa di musicale, un percepire una melodia nel Respiro di Dio. Infine, consegnando alla Sua misericordia tutte le vite sfinite che chiedono un infine liberatorio.
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