Dove sei scivolato?

Un amico schiacciato dal lutto e incapace di ritrovare speranza: resta la fede in un Risorto capace di raggiungerci anche nei nostri inferi
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October 19, 2026
Dove sei scivolato?
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Non riesco a guardarlo negli occhi, non riesco più: mi fa paura. Mi terrorizza quello che ha dentro; ho paura che mi trascini in un posto che potrei scoprire familiare. Ha un cuore buono, lo so bene; lo conosco da una vita. È sempre stato gioioso, attento agli altri e molto credente. Di quella fede che si sporca le mani nel sociale, che è attenta ai poveri, agli ultimi. Adesso dice di non credere più, ma forse la prima cosa a cui non crede sono le parole, quelle che gli escono dalla bocca già stanche, come se fossero già state usate, lise. Consunte. Lente. Sembra un animale ferito, e forse lo è davvero: ha ridotto la sua storia a istinti elementari da quando un lutto tremendo gli ha scorticato l’anima. Dall’esterno sembra tutto come prima: continua il lavoro, è impeccabile nel vestire, nessun segno di cedimento apparente.
Ma fa il minimo indispensabile, da anni ormai, come se stesse educando il proprio corpo a rinnegarsi: un lento, doloroso scivolare verso la morte, che non viene mai a prenderlo. Che teme e che invoca, insieme, in un controsenso difficile da decifrare. Così vive. Giorno dopo giorno, sempre con il cuore diviso tra un passato idealizzato, un futuro indesiderato e un presente inospitale. Lo ascolto: un libro delle lamentazioni, ma esauste. Biascica qualcosa contro Dio, ma senza nemmeno la rabbia che può trasfigurare la bestemmia in richiesta d’aiuto. Solo quando riceve da me una notizia che non si aspettava, gli occhi si illuminano. “Hai sentito di *?” gli dico. Silenzio. “Pare che la cura funzioni: l’ultima TAC ha evidenziato una remissione”. Butto lì qualcosa di bello, un credito da dare alla vita che resiste. Lui non dice nulla. Ma da qualche parte dentro, qualcosa gli si spegne. Come se fosse deluso dalla notizia. E io non so perché, e probabilmente nemmeno lui lo sa; moltiplicare le ipotesi è un lavoro semplice e inutile.
Eppure, mentre lo guardo, la mia impotenza mi impone il tentativo di aggrapparmi a un perché, come se conoscere la causa potesse mettermi al riparo. Almeno un po’. Rabbia perché la diagnosi che si è portata via la donna della sua vita è stata invece infausta? Senso di impotenza al cospetto di un Dio che elargisce guarigioni con palese iniquità? Ma io devo ammettere che non lo so. So solo che dentro di lui qualcosa si spegne e io ho paura. Perché mi pare che, se arrivi in quella zona di te in cui il male degli altri non ti dispiace più, anche se non lo fai con cattiveria, anche se ti sembra una buona tattica per reggere l’urto della vita, ecco, se arrivi lì, stai già scontando l’inferno, ma qui. E io ho paura per il mio amico e anche per me. Perché non mi pare così impossibile lasciarsi risucchiare per amore, sì, lo ripeto, per amore, in un gorgo penoso e terribile. Un luogo così oscuro che si mangia tutte le possibili spiegazioni.
Parlare dell’Eterno, di speranza, di fede nel Dio che è morto e risorto è ciò che posso fare, ma non ha la minima presa. Raccontargli storie di guarigioni non arrivate che, però, sono state un miracolo per il segno luminoso che hanno lasciato muove in lui una cortese attenzione, ma nulla più. Così non so perché, né se abbia senso, ma mentre lo saluto penso a quel passaggio del Credo: “discese agli inferi”. L’unica speranza vera è che il Risorto sia anche lì, negli inferi di questo mio amico, che vedo andarsene sempre più solo.

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