Al quarto tentativo la Romania verso la soluzione della crisi. Il diplomatico Nicolescu premier
Personalità indipendente, è riuscito a coagulare un'ampia maggioranza. Il governo sarà dominato dai socialdemocratici, le altre forze politiche lo sosterranno dall'esterno. Sullo sfondo, la minaccia di un voto anticipato con il trionfo dell'estrema destra nonché le crescenti difficoltà economiche

Al quarto tentativo, con lo spauracchio di elezioni anticipate e soprattutto dell’estrema destra in testa nei sondaggi, la lunga crisi politica rumena appare risolta. Intorno al premier incaricato Luca Nicolescu, indipendente, diplomatico di carriera e da ultimo viceministro degli Esteri (responsabile per il processo di adesione di Bucarest all’Osce), si è coagulata finalmente quella maggioranza parlamentare risultata invece impossibile per i tre precedenti premier incaricati dal presidente Nicusor Dan. Salvo sorprese, questo martedì Nicolescu dovrebbe incassare 279 voti (contro il minimo di 233), provenienti dai socialdemocratici del Psd, i liberali del premier uscente Ilie Bolojan, l’Udmr (che rappresenta la minoranza ungherese in Romania) e la formazione “Uniti per la Romania”. Contraria l'estrema destra di Aur. «Ho scelto – aveva detto Dan al momento dell'incarico – una personalità con il più ampio potenziale di assicurare una maggioranza parlamentare». Ad aiutare Nicolescu, il fatto di essere completamente estraneo alla politica e di non avere alcuna tessera di partito (pur essendo vicino ai liberali).
Formalmente si tratterà di un governo di minoranza: Pnl e Udmr non ne faranno parte. L’esecutivo sarà dominato da esponenti del Psd. Lo stesso che a maggio, alleandosi con Aur, aveva fatto cadere il governo di Bolojan con cui fino ad allora era alleato nell’esecutivo. Quello che è seguito è stato una complicata partita a colpi di veti incrociati, con i liberali del Pnl che rifiutavano governi che vedessero la partecipazione di socialdemocratici, considerati “traditori”. E al contrario il Psd fermo nel chiedere la guida di un nuovo esecutivo. Una situazione che sembrava sempre più intricata, al punto rendere sempre più probabili elezioni anticipate, sconosciute alla tradizione politica rumena e osteggiate dal presidente Dan. Con uno spauracchio: il trionfo dell’estrema destra di Aur, che nei sondaggi è data intorno al 36%. Aur è considerata anti-Ue, anti-ucraina e aperta a Mosca. Un problema per l’Ue e la Nato vista la posizione chiave della Romania al fianco Est di Unione e Alleanza Atlantica.
Il tutto mentre l’economia rumena è in difficoltà e il rating dei titoli di Bucarest da parte delle principali agenzie è solo un gradino sopra la categoria “junk” (spazzatura). Una situazione delicatissima che non permetteva un ulteriore protrarsi della crisi. Le stesse agenzie hanno fatto capire di aver mantenuto per ora l’attuale rating a patto però di una soluzione della crisi. Senza un governo in piene funzioni, inoltre, sarebbe stato difficile approvare il bilancio 2027, creando ulteriori incertezze sul futuro economico del Paese oltre mettere a rischio il finanziamento di servizi essenziali, sanità, scuole.
Una situazione da allarme (quasi) rosso che ha pesato sulla decisione dei liberali di appoggiare un governo con ministri appartenenti agli odiatissimi socialdemocratici. «In una situazione normale – ha dichiarato Bolojan – il Pnl non avrebbe appoggiato il governo di Nicolescu dominato dal Psd, ma la Romania ha bisogno di un esecutivo in grado di funzionare per evitare il collasso delle istituzioni e dei servizi pubblici di base». Il partito però non è compatto: vari esponenti non erano d’accordo al sostegno al governo Nicolescu, al voto di questo martedì non sono esclusi numerosi franchi tiratori. «Sono fiducioso – ha dichiarato per parte sua Dan – che un governo a guida Nicolescu manterrà l'orientamento filo-occidentale della Romania e resterà impegnato sugli obiettivi e gli impegni finanziari già assunti dal Paese».
Rimane, del resto, un’altra incognita. Il Psd aveva silurato il governo Bolojan dopo soli dieci mesi dall’entrata in carica, protestando contro varie riforme avviate, tra cui la riduzione e lo snellimento di varie società statali, tradizionale terreno dei socialdemocratici e soprattutto lorofonte clientelare. Il Psd inoltre contesta il rigoroso corso di risanamento dei conti pubblici avviato da Bolojan, che ha fatto scendere il deficit al 3,8% nei primi nove mesi del 2026 contro il 5,3% dello stesso periodo del 2025. Un percorso, ha detto il leader del Psd Sorin Grindeanu, che «va abbandonato». Se davvero i socialdemocratici cercheranno di disfare le riforme avviate da Bolojan, la maggioranza parlamentare potrebbe avere vita brevissima.
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