Gil e i volontari israeliani tornati in Cisgiordania. «I nostri corpi a difesa dei villaggi»
di Lucia Capuzzi, inviata a Khan al-Ahmar
La comunità beduina, in cui si trova la “scuola di gomme”, rischia di sparire con il piano E1 che spezzerebbe in due i Territori. Domani finisce la prima gara d’appalto. Così le "sentinelle" provano a scoraggiare le azioni di disturbo dei coloni a Khan al-Ahmar

«Bentornato». Appena scende dall’auto e avanza per lo sterrato che conduce alle prime case, tanti lo salutano così, in ebraico e in arabo. Perché Gil Sharon torna sempre. Ha cominciato oltre un decennio fa quando, sulle comunità beduine sparse tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, s’era fatto incombente il fantasma dello sgombero da parte delle autorità di Tel Aviv. E ha continuato a tornare. Fino ad ora. «Perché è più necessario che mai», spiega l’ex insegnante di giardinaggio israeliano di 73 anni, appena giunto a Khan al-Ahmar. Lo pensano anche tanti connazionali che si sono aggiunti ai volontari storici come Gil. Da quindici mesi, “Standing together” ha previsto un sistema a staffetta per garantire una presenza disarmata 24 ore su 24 in modo da fare da “scudo protettivo” con i propri corpi al villaggio. «Anche in questo momento, mentre parliamo, ci sono quattro nostri attivisti», dice Dotan Vaisman che pianifica i turni . Le organizzazioni “Rabbis for human rights” e “Bnei Avraham”, allo stesso modo, portano avanti un intervento strutturato nell’area.
Le sentinelle israeliane – “guardie solidali”, le chiamano –, in particolare, scoraggiano o, quantomeno, segnalano le azioni quotidiane di disturbo dei coloni dagli avamposti circostanti. Tubi dell’acqua e cavi elettrici tagliati, rumori per spaventare le greggi, veri e propri attacchi a volte per spingere i beduini a lasciare la zona, già prima dello sgombero ufficiale. «Ci aggrediscono sotto lo sguardo indifferente dell’esercito di Tel Aviv», sottolinea Abu Khamis, il capovillaggio, visibilmente stizzito. Nelle ultime settimane la tensione si è ulteriormente acuita. In questo angolo di Territori si gioca una partita che va ben oltre il pugno di case prefabbricate dove vivono duecento beduini. La sua sorte è metafora e unità di misura del futuro dello Stato di Palestina. «Lo cancelleremo non con gli slogan ma nei fatti», aveva affermato, non a caso, il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich nel firmare, nell’agosto 2025, il provvedimento che decreta la scomparsa di Khan al-Ahmar: il cosiddetto progetto E1. In cantiere dagli anni Novanta e più volte rimodulato, il piano comincerà a diventare concreto da domani, con la conclusione della prime delle tre gare d’appalto indette dal governo di Benjamin Netanyahu, per la costruzione di migliaia di case lungo il corridoio tra Gerusalemme Est – occupata dal 1967 da Tel Aviv e rivendicata dai palestinesi come capitale – e l’insediamento di Maaleh Adumim. Una fascia di terreno la cui estensione – 12 chilometri quadrati – è inversamente proporzionale all’importanza strategica: spezza l’unità della Cisgiordania, tagliandola trasversalmente in due metà. Le città del nord – Ramallah e Jenin – vengono separate in modo irrimediabile da Betlemme e la zona sud. Non più uno Stato ma una serie di enclave, fra cui si frappone un blocco compatto di colonie israeliane. Per questo E1 rappresenta, agli occhi di buona parte della comunità internazionale, una “linea rossa” invalicabile per Tel Aviv.
Oltretutto Khan al-Ahmar è un simbolo: là si trova la “scuola di gomme”, realizzata grazie ai contributi di vari Paesi d’Europa tra cui l’Italia, con i copertoni per eludere il divieto israeliano di costruzione. Tra le sue pareti di pneumatici, ormai coperte dalla vernice bianca, studiano 180 bimbi di tutta la zona. Due giorni fa, il Consiglio Europeo ha emanato, all’unanimità, un documento in cui ventila «conseguenze legali ed economiche» per le banche che finanzieranno il progetto nonché e per le imprese edili intenzionate a partecipare al bando di assegnazione dei lotti dell’E1. L’avvertimento giunge subito dopo l’entrata in vigore delle sanzioni britanniche nei confronti di persone o entità coinvolte nell’espansione delle colonie israeliane. «Non è abbastanza. Al mondo non importa più di noi. Per questo Israele ne approfitta», sbotta Khan al Ahmar. Nella collina davanti al villaggio si estende una fila di villette realizzate durante l’estate a Kfar Adumim. Ad est, c’è un nuovo avamposto. E fra i due insediamenti è spuntata una strada. «Siamo assediati, ci cacceranno», aggiunge il capovillaggio. Se accadrà – dicono da Standing together –, non sparità solo Khan al-Ahmar ma la possibilità della pace».
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