Mancano i fondi per gli aiuti: l'Onu è costretta a lasciare senza cibo mezzo milione di persone a Gaza

Nel 2026 i contributi statali e privati si sono dimezzati: già dall’inizio del mese il Pam ha dovuto ridurre le razioni alimentari e il numero di beneficiari nella Striscia. Escluse dall’assistenza anche 200mila persone in Cisgiordania
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October 19, 2026
La distribuzione di pacchi alimentari del Pam nel villaggio di al-Zawayda situato nel centro di Gaza / ANSA
La distribuzione di pacchi alimentari del Pam nel villaggio di al-Zawayda situato nel centro di Gaza / ANSA
Con l’inverno alle porte, a causa della carenza di finanziamenti, 500mila persone nella Striscia di Gaza verranno escluse dall’assistenza alimentare fornita dal Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp) delle Nazioni Unite. Nel 2026 i contributi statali e privati per i Territori palestinesi si sono ridotti di circa la metà, costringendo il Pam, già nel mese di ottobre, a introdurre una grave riduzione dei servizi, vitali per la popolazione stremata: le razioni di cibo sono state dimezzate, il supporto economico mensile a 75mila famiglie portato da 400 a 240 dollari, il numero di pasti caldi quotidianamente preparati è sceso da 250mila a 150mila Nel complesso il taglio dei fondi farà diminuire da 1,6 a 1,1 miliardi, le persone raggiunte dal programma di assistenza alimentare. Il Pam ha dichiarato che nei prossimi sei mesi saranno necessari 460 milioni di dollari per mantenere i servizi essenziali a Gaza e in Cisgiordania, dove i beneficiari a partire dal mese di settembre sono passati da 400mila a 200mila.
Secondo l’ultimo report dell’Unicef, pubblicato la settimana scorsa, un minore su otto soffre ancora di malnutrizione cronica. L’agenzia dell’Onu ha chiesto che il flusso di beni alimentari raggiunga senza impedimenti la Striscia, dove secondo Israele l’entrata dei prodotti commerciali è stata interrotta in seguito a una disputa sulle forme di tassazione fra Hamas e gli esercenti locali. Questi ultimi – ha dichiarato l’organismo del ministero della Difesa israeliano che si occupa degli affari umanitari nella Striscia o Cogat – hanno interrotto ogni forma di coordinamento in protesta al tributo di oltre 3mila dollari imposto dal movimento islamista su ogni camion in entrata, oltre alla richiesta di condurre almeno il 30 per cento delle transazioni in contanti. Hamas ha replicato accusando il Cogat di portare avanti una «sfacciata campagna di disinformazione», mirata a nascondere le responsabilità israeliane sull’ostruzione di cui soffre il traffico commerciale.
È improbabile tuttavia che l’entrata delle derrate possa portare diffuso beneficio a una popolazione piagata da un tasso di disoccupazione che supera l’80 per cento. «È trascorso un anno dall’accordo sul cessate il fuoco. La vita qui è ancora feroce. Non esistono ripari, né servizi di base, non c’è protezione né sicurezza. I tagli avvengono proprio quando stiamo per affrontare il quarto inverno», ha dichiarato Carl Skau, direttore esecutivo del Pam, attento a ricordate che la riduzione dei fondi si deve anche al diminuito contributo di Stati Uniti e Paesi europei. In una lettera indirizzata a Yoram Halevi, coordinatore del Cogat, l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nickolay Mladenov, ha chiesto con forza che Israele conceda l’accesso alla Striscia al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncga), il gruppo di tecnocrati palestinesi scelti dal Board per governare la Striscia. Solo il trasferimento dei poteri al nuovo esecutivo, accompagnato dalla presenza della Forza internazionale di stabilizzazione, afferma Mladenov, può mettere fine alle estorsioni perpetrate da Hamas, destinate ad estendersi anche al flusso dei beni umanitari. Il piano per la sicurezza e la ricostruzione della Striscia, voluto dal presidente americano Trump e approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, si trova da mesi in una situazione di stallo, resa insuperabile dall’imminenza delle elezioni israeliane, previste per il 27 ottobre. Nessuna ricostruzione potrà avvenire, ha affermato domenica il premier Benjamin Netanyahu, «prima che Hamas sia disarmato, cioè eliminato».

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