Per Giorgia Meloni un primato di tenuta nel momento più difficile
L'obiettivo del secondo posto di longevità del governo è raggiunto, ma la forma è appannata. L'assenza di un risultato "simbolo", la crescita tornata asfittica e le riforme al palo. E l'esigenza di un orizzonte più ampio

L’obiettivo (parziale) è stato raggiunto, ma la forma risulta appannata. Giorgia Meloni conquista il secondo gradino del podio quanto a durata dei governi e - ironia del fato - lo celebra nel momento peggiore del suo lungo cammino. Le speranze e il “bel gioco” vagheggiato in questi anni sembrano evaporati e ci si ritrova aggrappati, per inerzia, proprio alla durata quasi come scopo principale, coltivando il sogno della "medaglia d'oro". Non c’è dubbio che il referendum sulla giustizia sia stato uno spartiacque, a riprova che non esistono votazioni dal senso “non politico”. Ora, è naturale che il primato assoluto, complice la pausa estiva, sia un traguardo ambito a questo punto (scatterà il 4 settembre prossimo), ma c’è da sperare che l’orizzonte rimanga più elevato e non si limiti a ciò. Dal quesito referendario, come per magia l’incantesimo pare essere svanito, il passo si è fatto più pesante, il motore sembra entrato in panne: lo testimonia anche la lite emersa nell’ultimo Consiglio dei ministri, inconcepibile solo pochi mesi fa. La stessa presidente del Consiglio ne è consapevole, come ha mostrato con due cambi di passo: quello sullo stop alla tolleranza verso i casi “compromettenti” (vedi il benservito a Delmastro, Bartolozzi e Santanchè) e quello nei rapporti con la stampa, oggetto spesso di frizioni nel passato e che l’ha vista invece in settimana scendere ben due volte di seguito (mai successo) nella sala stampa di Palazzo Chigi.
I dati di fondo parlano di un Paese rimasto ancora privo di riforme sostanziali, che ha vanificato tre anni senza riuscire a uscire dalla procedura Ue per deficit eccessivo (incredibile non essere riusciti a trovare 700 milioni dentro una spesa pubblica da oltre mille miliardi l’anno) e che si ritrova a convivere con una crescita asfittica.
Un periodo straordinario di politiche espansive, con circa 360 miliardi tra Pnrr e bonus edilizi (e per di più in presenza di un contemporaneo aumento delle entrate fiscali), si chiude con un tasso del Pil tornato allo 0,5% e forse meno, segno che si è speso male, trasformando quelli che dovevano essere veri investimenti in mera spesa corrente fine a se stessa. Quanto alle riforme, la giustizia è stata bocciata dagli italiani nelle urne, il premierato di conseguenza è al palo (e questo è un bene) e l’autonomia regionale è tuttora impantanata, tradendo una promessa che la Lega sbandiera da “appena” 37 anni. Sul piano internazionale la vicinanza a Donald Trump, che doveva essere una "carta" valida, si è tramutata in un autogol, che ha finito anche col rendere meno rilevante il ruolo della Meloni nello scenario europeo, dove all'inizio si era accreditata come potenziale leader in forte ascesa. Persino nel campo culturale il contrasto all’egemonia della sinistra si è arenato sugli impacci del caso Beatrice Venezi, direttrice "rinnegata" del teatro La Fenice, e del pastrocchio nella gestione della Biennale.
Formulare un bilancio complessivo di un esecutivo così lungo è esercizio complesso, per di più in una fase internazionale così intricata, ma c’è un elemento empirico da cui partire: in un periodo storico in cui il fare politica poggia molto sull’accendere gli animi della propria tifoseria, anche fra i meloniani di stretta osservanza risulta difficile indicare una “misura simbolo” di questi 42 mesi. Dei governi Berlusconi ci si ricorda l’abolizione dell’Ici, la patente a punti, la “legge Sirchia” sul fumo... E del governo Meloni? Si citano spesso la ritrovata centralità (ma attiene più alla propagando), il diverso approccio Ue sull’immigrazione (di difficile riscontro, però, nella realtà quotidiana), la fiducia ritrovata sui titoli di Stato (a cui corrisponde, tuttavia il debito in forte rialzo, fino al 138,6 per cento previsto per quest'anno, un fattore per nulla positivo) e, soprattutto, i primati sull’occupazione. Su questi ultimi Meloni ha ragione sul piano numerico. Eppure ciò non è riuscito a tradursi in un senso di benessere diffuso. E nemmeno, sul piano politico - dicono i sondaggi - in un aumento dei consensi per il centrodestra. La via verso il primato storico, adesso, sarà impervia in presenza di una crisi internazionale con rari precedenti. E la maggioranza si ritrova, per evitare l’ombra di un pareggio al voto 2027, a dover spostarsi forse ancor più a destra per inglobare alla fine l’effetto Vannacci, che potrebbe risultare decisivo. Una prospettiva, questa, che la dice lunga sull’esito di questi 1.288 giorni che, negli auspici di Meloni, dovevano fare invece la differenza. E a riprova che la stabilità è sì un valore, ma non è tutto.
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