Meloni, un vertice a cena per la legge elettorale. E si apre il fronte imprese
Dopo il “repulisti” la premier venerdì ha visto a casa sua Salvini e Tajani. Le opposizioni: venga alle Camere a dire cosa vuol fare. Industriali e artigiani lamentano i tagli ai crediti d’imposta nel decreto fiscale: «Così fiducia minata»

Forse il repulisti operato tra via Arenula e il ministero del Turismo non basta a digerire la batosta referendaria, ma perlomeno permette a Giorgia Meloni di avere la testa libera per l’ultimo obiettivo di stagione ancora alla portata da qui a fine legislatura: la legge elettorale. Anche se le opposizioni, galvanizzate dalla vittoria del No, hanno già annunciato battaglia. Per la premier, però, i fronti rischiano di moltiplicarsi. L’ultimo in ordine di tempo è quello economico, col decreto fiscale appena varato che non convince le imprese, nonostante le rassicurazioni del titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti.
Tuttavia, Palazzo Chigi spinge sull’acceleratore. Ma occorre evitare ulteriori passi falsi. Per questo venerdì la premier ha ospitato a cena Antonio Tajani e Matteo Salvini per mettere a punto la strategia e stoppare preventivamente nuove fratture: sulla legge elettorale è imperativo marciare uniti.
Lo “stabilicum”, come qualcuno ha già ribattezzato il sistema e proposto dal centrodestra, arriverà martedì in commissione Affari costituzionali della Camera, da dove partirà l’iter. Ieri la coalizione ha assegnato i relatori. Si tratta di Nazario Pagano di Forza Italia, che è anche presidente della commissione, di Angelo Rossi (FdI), del leghista Igor Iezzi e di Alessandro Colucci (Nm). Come già deciso, il testo sarà abbinato ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia presentate anche dall'opposizione. La scelta di indicare un relatore per partito non è casuale. Nei giorni scorsi si erano registrate distanze nella compagine di governo con le perplessità di FI e Lega su alcuni punti dell’articolato, in particolare l’addio ai collegi uninominali: un segnale di unità era il minimo dopo la sconfitta al referendum.
Il testo propone un proporzionale con listini bloccati e un sostanzioso premio di maggioranza per chi raggiunge almeno il 40% dei voti, oltre a un possibile ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia e l’indicazione del candidato premier solo nel programma. Ma dal centrodestra non escludono modifiche: «Sono convinto che sulla legge elettorale bisogna coinvolgere tutte le forze politiche», dice il presidente della commissione competente al Senato, Alberto Balboni, «ma a Palazzo Madama ci sarà un pareggio», quindi «dobbiamo garantire un limitato premio di maggioranza a chi vince, chi vi si oppone vuole la palude».
Il fronte opposto, intanto, si compatta. Riccardo Magi di Più Europa invita gli alleati a serrare i ranghi. Mentre Elena Bonetti (Azione) sfida la maggioranza: «Non ha i numeri». Da Iv parte invece la lettera inviata ai presidenti di Senato e Camera, La Russa e Fontana (poi sottoscritta da tutte le opposizioni), per sollecitare la premier «affinché riferisca in Aula circa le linee di indirizzo del Governo», a seguito del referendum e delle successive epurazioni.
Come se non bastasse a Palazzo Chigi arrivano anche le rimostranze di Confindustria e Confartigianato (con il presidente Marco Granelli), che speravano in un decreto fiscale diverso da quello varato venerdì e non lo mandano a dire. Nel mirino c’è soprattutto il taglio del credito di imposta per “Transizione 5.0” (per chi ha fatto la prenotazione tra il 7 e il 27 novembre 2025). Confindustria ricorda che a novembre aveva avuto rassicurazioni da Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le cosiddette imprese “esodate del 5.0” avrebbero avuto accesso all’agevolazione. Ora non è più così e questo, secondo gli industriali, mina la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni. Per il presidente Emanuele Orsini, quindi, un tavolo di confronto con l’esecutivo «non è più rinviabile», possibilmente già dalla prossima settimana.
Il fatto è che la guerra ha cambiato le prospettive, o meglio la «traiettoria», come la definisce Giorgetti. Ma si tratta di capire «ora chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare». Anche se, assicura il ministro, il Paese sta affrontando la crisi «da una posizione di relativa solidità», perché «i numeri e i fondamentali della nostra economia sono positivi» e «la finanza pubblica è in grado di assorbire questo choc».
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