Meloni e il selfie con il pentito: «Il mio impegno contro la mafia è cristallino»

Report pubblica una foto della premier «con un referente del clan Senese», sostenendo che avrebbe avuto libero accesso alla Camera. La presidente del Consiglio si difende: «Non mi faccio intimidire da squallidi attacchi». Ma le opposizioni chiedono ulteriori chiarimenti. Il Pd annuncia interrogazioni
April 7, 2026
Meloni e il selfie con il pentito: «Il mio impegno contro la mafia è cristallino»
Il selfie di Gioacchino Amico con Giorgia Meloni risalente, secondo la trasmissione Report che lo ha pubblicato sui suoi canali social, al 2 febbraio 2019 all'Hotel Marriot di Milano. /REPORT
«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo». La premier Giorgia Meloni non perde tempo ed entra a gamba tesa sul nuovo caso scoppiato all’interno di Fratelli d’Italia, dopo che Report ha tirato fuori un selfie del 2019 che la ritrae insieme al pentito del clan Senese Gioacchino Amico. Un personaggio, secondo la trasmissione, che in passato avrebbe avuto libero accesso in Parlamento grazie a una sua presunta vicinanza con gli ambienti di FdI (una notizia smentita però dalla Camera). Mentre la bufera politica comincia a ingigantirsi, con il Pd che annuncia interrogazioni parlamentari, la presidente del Consiglio pubblica un lungo post sui social nel quale si difende e passa al contrattacco.

La risposta di Meloni

«Oggi – scrive - la “redazione unica”, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi». Inoltre, rimarca la presidente del Consiglio, «questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata». E aggiunge: «Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all'età di undici anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze». Poi ribadisce: «Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi “professionisti dell'informazione” – aggiunge - non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica». Infine, conclude: «Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede».

Il caso

Il caso è scoppiato questa mattina. Il selfie di Meloni e Amico, che è stato pubblicato sui profili social di Report, era stato anticipato sulle pagine del Fatto Quotidiano. Nel messaggio a corredo della foto, viene spiegato che lo scatto risale al 2 febbraio del 2019 all'Hotel Marriott di Milano dove «si celebrava la prima grande iniziativa politica del partito al nord, in vista delle Europee di quell'anno». Tra militanti e dirigenti in sala ad accogliere la futura presidente del Consiglio - viene aggiunto - «c'era, in prima fila, anche Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardia». «Che ci fa Giorgia Meloni in foto con il referente del clan Senese in Lombardia?» sottolinea la trasmissione. Il giorno in cui si scatta il selfie accanto a Giorgia Meloni - precisa Report - Gioacchino Amico non era stato ancora indagato per mafia ma aveva già ricevuto una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere. Oggi è uno dei principali imputati nel processo Hydra di Milano e le intercettazioni lo indicano come uno dei personaggi cruciali del consorzio mafioso lombardo.
Siciliano di nascita, Amico ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘ndrangheta e il clan di Michele 'o pazzo, il capomafia più potente della Capitale. A quella manifestazione di partito del 2019, il referente del clan Senese - secondo la trasmissione televisiva - non era un “imbucato”: alcuni dei dirigenti apicali di Fratelli d'Italia sapevano bene chi fosse. Ma la circostanza più inquietante, per la trasmissione Rai, si sarebbe verificata prima della riunione. Amico, infatti, sarebbe entrato alla Camera senza farsi identificare. Gioacchino Amico, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, sostiene infatti di aver avuto a sua disposizione un tesserino che gli consentiva di uscire ed entrare in Parlamento a proprio piacimento. Da Montecitorio, però, hanno negato immediatamente. «In riferimento alle notizie apparse su alcuni organi di informazione, la Camera dei deputati rende noto che non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa», si legge in una nota diffusa questa mattina.

La bufera politica

Ma le opposizioni, nel frattempo, erano già partite alla carica. In prima fila, il Pd, con i parlamentari membri dell'Antimafia Verini, Serracchiani, Rando, Provenzano, Ghio, Mirabelli, Barbagallo e Valente, che hanno annunciato interrogazioni parlamentari. «Le notizie e le conferme delle connessioni politico-istituzionali tra esponenti della criminalità organizzata legati al clan Senese e ambienti della destra ed esponenti di FdI – hanno scritto in una nota - sono ogni giorno più evidenti e ricche di particolari. Dopo il caso Delmastro e i suoi rapporti con il prestanome dei Senese, Caroccia, il caso Gioacchino Amico. Questi, oggi anche collaboratore di Giustizia sull'inchiesta Hydra (l’alleanza tra 'Ndrangheta, Camorra, Cosa Nostra che ha sviluppato in Lombardia un grande sistema di criminalità, narcotraffico, usura, controllo di appalti e penetrazione nell'economia e nella politica) ha frequentato nel tempo esponenti politici della Destra, in particolare di Fratelli d'Italia - dalla sottosegretaria Frassinetti a una sua collaboratrice, alla senatrice Bucalo. Gli organi di informazione hanno perfino pubblicato un selfie di Amico con Giorgia Meloni, “catturato” probabilmente durante una manifestazione politica. Ma Gioacchino Amico aveva anche libero accesso nei luoghi parlamentari, alla Camera in particolare, sempre - si legge - grazie ai rapporti con collaboratori di esponenti di FdI. Come mai? Chi lo autorizzava? Per quale motivo accedeva in Parlamento? Di quali interessi si faceva portatore? Sono domande ineludibili, come le risposte che attendiamo. Porteremo in Antimafia anche questo aspetto della vicenda Hydra e, con interrogazioni, anche nei due rami del Parlamento».
A fomentare la polemica, anche il M5s: «Giorgia Meloni dovrà per forza rendere conto di un quadro complessivo gravissimo che riguarda il suo partito. Fdi sembra avere una classe dirigente nella migliore delle ipotesi permeabile e avvicinabile, se non addirittura inquinata da ambienti criminali», tuonano i rappresentanti pentastellati nelle commissioni Antimafia e Giustizia della Camera e del Senato. Richieste di spiegazioni alla premier arrivano anche da Avs, con Nicola Fratoianni, che in un post sui social scrive: «Nessuno, credo, si sogni di chiederle conto di un selfie. Quello che però dovrebbe chiarire, e per la verità dovrebbe preoccuparla, è la facilità di relazione di alcuni alti esponenti del suo partito con questi personaggi». È su questo tasto che spinge anche il suo collega Angelo Bonelli: «Meloni chiarisca non sui selfie, ma sui rapporti tra i Senese e FdI».
In soccorso della presidente del Consiglio è arrivato anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Pubblicare una foto così non ha nessun valore politico, morale o istituzionale», ma è «solo fango», ha scritto su X richiamando le parole di Meloni, ma senza rispondere alle accuse di un presunto legame tra i Senese e via della Scrofa. Il Governo, ora, ha un'altra gatta da pelare. 

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