Il Board of Peace di Trump, i 4 motivi per cui Meloni va verso il "no"

La premier potrebbe essere a Davos ma non firmerebbe l’adesione italiana all’“altra-Onu”
January 21, 2026
Il Board of Peace di Trump, i 4 motivi per cui Meloni va verso il "no"
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni / Ansa /RICCARDO ANTIMIANI
Il compromesso potrebbe articolarsi in questo modo: presenziare domattina a Davos all’ipotetica costituzione del “Board of peace” di Trump, ma non apporre la firma dell’Italia. Giorgia Meloni ci sta pensando e ripensando. La decisione che l’attende è difficile, tormentata, storica. L’auspicio è che all’ultimo istante salti tutto, anche per le poche risposte sinora pervenute al presidente Usa. Ma se così non fosse, una scelta bisognerà farla. E allo stato il «no» sulla bilancia pesa più del sì.
Ci sono svariate ragioni che la premier italiana potrebbe comunicare personalmente al tycoon. La prima è che Meloni non potrebbe accettare un “luogo” che affossi l’immagine e l’operatività dell’Onu. Il secondo è che l’adesione dell’Italia dovrebbe passare per il Parlamento. La terza è l’imbarazzo di sedersi di fianco a Putin. La quarta è che non può essere Roma a infrangere l’unità tra i principali Paesi europei.
Argomenti che sono stati ampiamente discussi ieri a Palazzo Chigi durante un colloquio tra la premier e i suoi due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Pubblicamente, sul tema del “board” trumpiano, il capo della Lega tace. E questo potrebbe aiutare la presidente del Consiglio, che tendenzialmente sta maturando la scelta di restare ancorata all’ossatura dell’Unione Europea. Forza Italia invece ha le idee più chiare e non le nasconde. Ieri il portavoce azzurro, Raffaele Nevi, ha chiesto di «valutare con grandissima attenzione» la proposta di entrare nel board. «Se devo dire la mia - prosegue Nevi -, non mi convince troppo questa impostazione e penso che sia un sentimento abbastanza diffuso all’interno di Forza Italia».
Al minimo, Meloni cercherà di prendere tempo. In questo senso, la sua presenza a Davos sarebbe un atto interlocutorio. Prendere tempo servirebbe a consultarsi, domani sera, con tutti i leader Ue convocati d’urgenza dal presidente del Consiglio Europeo, il portoghese Costa. Inoltre, torna particolarmente utile il vertice inter-governativo di venerdì con la Germania. Un evento fissato da tempo, che però darà l’opportunità a Meloni e Merz di blindare una posizione comune, solida e sufficientemente “europea” eppur distinta da quella di Macron.
Ma non è detto che Meloni godrà di questo tempo supplementare per decidere. E se, messa alle strette, pronuncerà il suo «no» a Trump, la premier imprimerà, volente o nolente, una svolta alla sua leadership. Ragionamenti vorticosi, che a Palazzo Chigi si accumulano sino a sera, quando dalle agenzie arriva la notizia di un altro «no» pesante a Trump, quello del britannico Starmer. Un «no» più pesante di quello di Macron e che offre altri elementi di valutazione - e appigli - a Giorgia Meloni.
Ciò non vuol dire che la premier italiana seguirà sui dazi l’onda emotiva della risposta dura a Washington. Su questo tema il Governo, compattamente, continua a chiedere una de-escalation. Meloni punta molto su un possibile faccia a faccia, oggi a Davos, tra Trump e Von der Leyen. Ore pesanti dunque a Roma, anche perché sta scricchiolando l’idea che l’Italia possa perennemente restare “in mezzo” tra Bruxelles e gli Usa.
Le opposizioni comprendono il momento di intensa difficoltà e provano a mettere il dito nella piaga. Non solo invocando la presenza di Meloni in Parlamento, ma anche con atti che puntano a evidenziare le titubanze di Roma. Va in questa direzione la lettera della segretaria del Pd, Elly Schlein, al primo ministro di Danimarca, Mette Frederiksen. «Cara Mette - scrive la leader dem -, le ripetute e continue minacce del presidente degli Stati Uniti Trump contro la sovranità territoriale della Danimarca e il diritto all'autogoverno della Groenlandia sono totalmente incompatibili con i principi delle relazioni internazionali, il rispetto dello stato di diritto e anche con i più elementari standard della diplomazia. L'integrità territoriale e la sovranità sono pilastri del diritto internazionale. La loro tutela è essenziale non solo per l'Europa, ma per la comunità internazionale nel suo complesso, al fine di garantire la pace e la sicurezza globale». E Schlein parla a Frederiksen perché Meloni intenda.

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