Bossi, il leader dal carisma basato sul corpo che ha rivoluzionato la politica italiana
Amato e detestato per i contenuti e la forma, tra foto in canottiera e "celodurismi" assortiti, il Senatùr ha basato i suoi messaggi innovativi anche su una spontanea fisicità

È stato amato e anche detestato. Ma su un punto tutti siamo d’accordo: Umberto Bossi è l’uomo che più ha rivoluzionato la politica italiana degli ultimi 40 anni e oltre. Lui, l’oscuro figlio dell’operaio Ambrogio e della portinaia Ida di Cassano Magnago (Varese), ha scritto pagine indelebili con la sua creatura, la Lega Nord. Tutti, sia chi è cresciuto a pane e politica, sia il cittadino più ignaro ricordiamo un’immagine, una posa, una frase dell’Umberto. Che aveva fondato il suo carisma, oltre che sui risultati ottenuti, su un elemento preciso, plastico: l’aver fatto irrompere il corpo e la fisicità nel “grigiore” dei resoconti politici. Lui ancor prima di Berlusconi, il contraltare e «fratello» (così arrivò a definirlo) assieme al quale ha scritto molte pagine. L’icona fondamentale è la canotta neorealista, bianca e rigorosamente senza maniche, sfoderata (assieme a uno slip nero, su un balcone) la prima volta che andò ospite del Cavaliere nella villa in Sardegna, ai tempi dell’idillio del 1994, e poi tante altre volte alle feste leghiste. Da uomo orgoglioso della figura machista e dei suoi 4 figli, tutti maschi, lui che coniò anche il «celodurismo».
È solo la prima di tante foto, molte irriverenti, certo: il gesto dell’ombrello, il dito medio esibito ai giornalisti, il pollice verso, le pernacchie, fino al pugno battuto negli anni della malattia. E poi le sfilate di politici alla casa di Gemonio. Da figura dissacrante e campione del “politicamente scorretto” qual era, il Senatùr ha rotto i galatei istituzionali. Ma chiaramente è stato molto di più: ha interpretato lo spirito di protesta del Nord interpretando lo spartito (poi abbandonato) della secessione, ha animato il pratone di Pontida con la difesa della Padania contro «Roma ladrona», ha dato vità a una ritualità con la cerimonia dell’ampolla alle sorgenti del Po, ha incarnato - molto prima di Beppe Grillo e del M5s - il sogno di creare dal nulla un nuovo partito e di renderlo protagonista in pochi anni. Cercando di dare sistematicità a una formazione che l’aveva visto parecchio oscillare: si narra persino di una sua militanza nel Pci (all’inizio negata) ai tempi in cui bighellonava da fuori corso all’università, per non dire dei suoi anni giovanili da tentato cantautore, stile “ragazzo della via Gluck”.
Di Bossi si è sempre esaltato il fantomatico “fiuto”, quella capacità di vivere il lato “crudo” della politica che rendeva sapiente ogni sua mossa, quell’aurea da leader combattente che poi finiva, anche in certi resoconti giornalistici, col far tramutare le sue volgarità (dal «bonassa» alle frasi, irripetibili, sul tricolore italiano) e anche un eloquio non propriamente smagliante nella interpretazione di certe, precise attitudini popolari.
L’incontro con le idee federaliste avviene in fondo in tarda età, a 38 anni, all’università di Pavia, quando conosce Bruno Salvadori, autonomista valdostano, e soprattutto Roberto Maroni, col quale darà vita a un lungo sodalizio personale (un altro sarà quello con la sua storica collaboratrice, Rosy Mauro). Sono gli anni della trafila, per la Lega Lombarda, nelle prime elezioni amministrative, fino al tentativo infruttuoso alle Politiche del 1983 e a quello di 4 anni dopo, che gli valse invece un seggio in Senato - il suo - e uno alla Camera. La svolta matura nel giro di pochi anni: nel 1989 al primo congresso, davanti a 400 persone, Bossi scaglia bordate contro immigrati di colore, omosessuali e terroni (anni dopo darà del «terùn» anche a Giorgio Napolitano: un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al presidente della Repubblica, condonato dalla grazia di Sergio Mattarella nel 2019).
È l’inizio di una fantastica galoppata che culminerà nel 1992 quando, con quasi 240mila preferenze, fa il “botto”. Un’esplosione coincisa con quella di Tangentopoli, con il Carroccio che all’inizio cavalca la forte ondata popolare e pro-giudici che accompagna quell’inchiesta. Almeno fino alle ombre che finiscono con il lambire lo stesso movimento leghista, per 200 milioni di fondi illeciti dalla Montedison.
Ma ormai il treno è in corsa. Le elezioni del 1994 sono un successo ancor maggiore. Rompe con Gianfranco Miglio, l'ideologo, ma ottiene Irene Pivetti presidente della Camera e ben 5 ministri. L’«Attila della politica», come lo definì Gianfranco Fini, con Berlusconi a Palazzo Chigi diventerà poi egli stesso due volte ministro (per le Riforme istituzionali e la devoluzione nel 2001-2004, poi per le Riforme nel 2008-2011). Il progetto autonomista, intanto, si era ampliato: fusi vari movimenti regionalisti la Lega, ora Nord, lontana dai centri nevralgici di economia e cultura, come pochi toglie voti ai partiti storici. In quel 1994, però, dopo soli 9 mesi il Senatùr fa un ribaltone clamoroso e sostiene il governo tecnico di Lamberto Dini. Con Berlusconi si alternano liti e pacificazioni, anche quando la Lega (dopo aver corso da sola nel '96) entra nella Casa delle libertà nel 2001. Ma la riforma costituzionale della devoluzione viene bocciata dagli italiani al referendum. E per Bossi sarà l’inizio del distacco dal fulcro centrale della politica. Nel 2004 è colpito dall'ictus, con un cuore già a rischio dopo un'ischemia nel 1991. Bossi resta a lungo protagonista, ma il suo peso ormai è diverso, quasi da "padre nobile". Fino alla malattia che si aggrava e all’ultima immagine di lui: quella di un ritorno a Montecitorio, con Berlusconi che lo accoglie con una carezza. L’ultimo gesto dei due Dioscuri, Umberto e Silvio, del centrodestra all’italiana.
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