martedì 28 novembre 2017
Secondo giorno per il Papa in Myanmar. Ha ricevuto un gruppo di 17 rappresentanti delle religioni presenti nel Paese. Poi i colloqui con il capo dello Stato e la Nobel consigliere di Stato
Papa Francesco con Aung San Suu Kyi (LaPresse)

Papa Francesco con Aung San Suu Kyi (LaPresse)

Seconda giornata per il Papa in Myanmar. Il Papa è giunto nella mattinata itailana a Nay Pyi Taw, nuova capitale, dove è stato ricevuto nel palazzo presidenziale dal capo dello Stato, Htin Kyaw, incontrando successivamente in forma privata la signora Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e premio Nobel per la Pace. Nel libro degli ospiti il Papa ha scritto: «Sull'amato popolo del Myanmar invoco la divina benedizione di giustzia, pace e unità». È seguito lo scambio dei doni. Un calice d'argento quello di San Suu Kyi a Francesco.

Il discorso di San Suu Kyi

La signora nel successivo discorso pubblico rivolto al Papa, lo ha ringraziato per quanto ha fatto finora per la pacificazione in Myanmar. La leader che ha molto sofferto a causa del suo impegno politico ha voluto sottolineare l'impegno del suo governo per «proteggere i diritti, promuovere la tolleranza, garantire la sicurezza per tutti», portando avanti «il processo di pace basato sul cessate il fuoco a livello nazionale». Pace basata sulla giustizia, ha rimarcato citando anche l'insegnamento dei cristiani.

Quindi, con accenti espliciti e coraggiosi in cui non ha nascosto i problemi, ha anche fatto accenno alla questione dei Rohingya, pur senza pronunziare la parola. «Tra le molte sfide che il nostro governo ha dovuto affrontare – ha detto -, la situazione nel Rakhine ha catturato più fortemente l'attenzione del mondo. Mentre affrontiamo questioni di lunga data, sociali, economiche e politiche, che hanno eroso la fiducia e la comprensione, l'armonia e la cooperazione, tra le diverse comunità di Rakhine, il sostegno della nostra gente e dei buoni amici che desiderano vederci solo nei nostri sforzi, è stato inestimabile. Santità, i doni di compassione e di incoraggiamento che Lei ci porta saranno apprezzati e prendiamo a cuore le Sue parole nel messaggio per la cinquantesima Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio 2017». Parole che esortano anche i politici a far tesoro delle beatitudini nella loro azione politica.

«Le sfide che affronta il Myanmar – ha aggiunto - sono molte e ogni sfida richiede forza, pazienza e coraggio. La nostra nazione è un ricco arazzo di diversi popoli, lingue e religioni, tessuti su uno sfondo di grande potenziale naturale. Lo scopo del nostro governo è di far emergere la bellezza delle nostre diversità«. «La strada per la pace non è sempre levigata – ha concluso San Suu Kyi -, ma è l'unico modo che porterà il nostro popolo al sogno di una terra giusta e prospera che sarà il loro rifugio, il loro orgoglio, la loro gioia. La ricerca della pace deve essere rafforzata dal raggiungimento di uno sviluppo sostenibile sviluppo, in modo che il futuro delle prossime generazioni possa essere assicurato». San Suu Kyi ha infine detto in italiano: «Continuiamo a camminare insieme».

Francesco a colloquio con Aung San Suu Kyi (LaPresse)

Francesco a colloquio con Aung San Suu Kyi (LaPresse)

Il Papa: pace e rispetto di ogni gruppo etnico

Il Papa si presenta come un pellegrino di pace (IL TESTO INTEGRALE). «Vorrei anche che la mia visita potesse abbracciare l’intera popolazione del Myanmar e offrire una parola di incoraggiamento a tutti coloro che stanno lavorando per costruire un ordine sociale giusto, riconciliato e inclusivo». Quindi indica deciso la prospettiva. «Il futuro del Myanmar dev’essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo – nessuno escluso – di offrire il suo legittimo contributo al bene comune». Non si parla esplicitamente di Royingya, ma l'allusione “nessuno escluso” è significativa.

Anche Francesco parla di giustizia. «In effetti, l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale può avanzare solo attraverso l’impegno per la giustizia e il rispetto dei diritti umani. La sapienza dei saggi ha definito la giustizia come la volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre gli antichi profeti l’hanno considerata come il fondamento della pace vera e duratura». Piena consonanza dunque con San Suu Kyi. Bergoglio esprime «apprezzamento per gli sforzi del Governo nell’affrontare questa sfida, in particolare attraverso la Conferenza di Pace di Panglong, che riunisce i rappresentanti dei vari gruppi nel tentativo di porre fine alla violenza, di costruire fiducia e garantire il rispetto dei diritti di tutti quelli che considerano questa terra la loro casa».

Inoltre si rivolge alle comunità religiose: «Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e didiffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese. Le religioni possono svolgere un ruolo significativo nella guarigione delle ferite emotive, spirituali e psicologiche di quanti hanno sofferto negli anni di conflitto. Attingendo ai valori profondamente radicati, essepossono aiutare ad estirpare le cause del conflitto, costruire ponti di dialogo, ricercare la giustizia ed essere voce profetica per quanti soffrono. È un grande segno di speranza che i leader delle varie tradizioni religiose di questo Paese si stiano impegnando a lavorare insieme, con spirito di armonia e rispetto reciproco, per la pace, per soccorrere i poveri e per educare agli autentici valori religiosi e umani. Nel cercare di costruire una cultura dell’incontro e della solidarietà, essi contribuiscono al bene comune e pongono le indispensabili basi morali per un futuro di speranza e prosperità per le generazioni a venire”.

Infine un pensiero per i giovani, che «sono un dono da amare e incoraggiare, un investimento che produrrà una ricca rendita solo afronte di reali opportunità di lavoro e di una buona istruzione. Questo è un requisito urgente di giustizia tra le generazioni. Il futuro del Myanmar, in un mondo in rapida evoluzione e interconnessione, dipenderà dalla formazione dei suoi giovani, non solo nei settori tecnici, ma soprattutto nei valori etici di onestà, integrità e solidarietà umana, che possono garantire il consolidamento della democrazia e della crescita dell’unità edella pace a tutti i livelli della società. La giustizia intergenerazionale richiede altresì che le generazioni future possano ereditare un ambiente naturale incontaminato dall’avidità e dalla razzia umana».

«È indispensabile – ha concluso il Papa - che i nostri giovani non siano derubati della speranza e della possibilità di impiegare il loro idealismo e i loro talenti nella progettazione del futuro del loro Paese, anzi, dell’intera famiglia umana». Per questo, all'arrivo nel salone in cui si è svolto l'incontro con le autorità e il corpo diplomatico, Francesco ha fatto una foto con diversi bambini in rappresentanza delle etnie del Myanmar. La foto di un futuro di pace insieme.

L'incontro con esponenti di diverse fedi

In precedenza, mentre in Italia era ancora notte, Francesco ha ricevuto la visita di un gruppo di 17 rappresentanti delle religioni presenti nel Paese: buddisti, islamici, hindu, ebrei e, per quanto riguarda i cristiani, il Consiglio delle Chiese, gli anglicani e i battisti oltre ad alcuni esponenti cattolici.

L'incontro si è svolto nel refettorio dell'arcivescovado di Yangon ed è durato 40 minuti dalle 10 alle 10.40 ora locale. Clima cordiale, come riferisce il portavoce vaticano Greg Burke, con i diversi esponenti religiosi che hanno preso ognuno brevemente la parola, dopo una una piccola introduzione del vescovo John Hsane Hgyi. Il Papa, che ha parlato in spagnolo (IL TESTO INTEGRALE) con traduzione in inglese, ha citato il salmo che sottolinea come è bello che i fratelli siano uniti.

«Siamo fratelli, ha aggiunto Francesco, uno è il padre e non dobbiamo avere paura delle differenze. Ognuno ha i suoi valori e la sua ricchezza e le sue mancanze. lo stesso vale per le religioni. Unità non è uniformità, piuttosto una armonia. invece la tendenza attuale verso la uniformità è una colonizzazione culturale. tra le differenze etniche e religiose serve il dialogo».

«In questo modo - ha proseguito il Papa - potremo aiutarci reciprocamente a edificare questo Paese. Anche se litighiamo, dobbiamo essere pronti come fratelli a riconciliarci. Questo, ha concluso il Papa, è l'unico modo per costruire la pace».
Francesco ha voluto terminare l'incontro con una preghiera «da fratello ai fratelli» augurando a tutti che il Signore li benedica e li protegga e che il suo volto risplenda di fronte a ognuno e gli mostri la sua grazia e gli doni la sua pace.

Dopo l'incontro interreligioso e prima di celebrare la Messa in privato, il Papa ha ricevuto brevemente il leader buddista Sitagu Sayadaw, sempre nel tentativo di incoraggiare la pace e la convivenza fraterna in Myanmar. Un gesto quello del Papa che sarà ribadito questo pomeriggio quando dopo un breve volo interno si recherà nella capitale amministrativa del Paese per incontrare il presidente, il consigliere di Staro Aung San Suu Kyi e il corpo diplomatico. Un'ulteriore occasione per ripetere il suo invito alla pacificazione nazionale.

LA PRIMA GIORNATA Il Papa a colloquio con il generale dell'inviato Mimmo Muolo

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