venerdì 5 marzo 2021
Francesco ricorda che il viaggio in Iraq è un dovere verso una terra martoriata. Il richiamo alla comunità internazionale: "Cooperazione su scala globale per affrontare le diseguaglianze economiche"
Francesco: «Tacciano le armi! Si dia voce agli artigiani della pace!»

Reuters

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«Questo viaggio era un dovere verso una terra martoriata». Sul volo che lo ha portato a Baghdad passando a salutare i 74 giornalisti di 15 Paesi al suo seguito, papa Francesco ha definito questa prima visita apostolica in Iraq «emblematica».

“Sono contento di riprendere i viaggi”, ha detto il Papa durante il tragitto in aereo che lo ha potato a Baghdad. Ha definito emblematica questa vista che “è un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”. Poi il saluto personale - con mascherina nel rispetto delle norme anticovid - a tutti i giornalisti e operatori presenti a bordo, “non voglio rimanere lontano, passerò per salutarvi più da vicino” ha sottolineato, ringraziando per la “compagnia”.

“Sono contento di riprendere i viaggi”, ha detto il Papa durante il tragitto in aereo che lo ha potato a Baghdad. Ha definito emblematica questa vista che “è un dovere verso una terra martoriata da tanti anni”. Poi il saluto personale - con mascherina nel rispetto delle norme anticovid - a tutti i giornalisti e operatori presenti a bordo, “non voglio rimanere lontano, passerò per salutarvi più da vicino” ha sottolineato, ringraziando per la “compagnia”. - Vatican Media

E veloce, sotto un cielo ventoso è stato il passaggio del Papa all’aeroporto della capitale irachena. Senza folla, per motivi di sicurezza sanitaria, lì dove il Tigri si avvicina all’Eufrate in questa terra che ha visto nascere le culture più antiche dell’umanità. E dove oggi, lungo la strada semideserta verso Al-Qasr sfrecciano i minareti di Umma al-Mahare che hanno la forma dei fucili Kalashkinov e missili Scud.
«Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque! Cessino gli interessi di parte, quegli interessi esterni che si disinteressano della popolazione locale. Si dia voce ai costruttori, agli artigiani della pace! Ai piccoli, ai poveri, alla gente semplice, che vuole vivere, lavorare, pregare in pace».

Nella grande sala del Palazzo della Repubblica, un tempo residenza di Saddam Hussein e poi ambasciata americana, risparmiata dai raid aerei durante la seconda Guerra del Golfo, papa Francesco è arrivato in compagnia dell’ingegnere di formazione anglosassone Barham Ahmed Salih Qassim, attuale presidente dell’Iraq. I toni di Papa Francesco – che già due anni fa non aveva risparmiato parole vibranti sui mercanti di armi che hanno alimentato le guerre irachene – sono quelli di un uomo di pace, che viene come costruttore di pace in un Paese che negli ultimi quattro decenni ha visto la deflagrazione e la rovina prodotta da quattro conflitti che hanno stremato la popolazione e dove l’antichissima presenza dei cristiani risalente all’eta apostolica che era costituita da più di un milione di fedeli prima dell’invasione USA del 2003 è ora ridotta a 300mila fedeli.



«Sono grato dell’opportunità di compiere questa visita apostolica, a lungo attesa e desiderata, nella Repubblica di Iraq» ha poi ribadito il Papa rivolgendosi al primo ministro Mustafa Al-Kadhimi, alle autorità civili e al corpo diplomatico ringraziando ancora di essere in questa terra, «culla della civiltà strettamente legata, attraverso il Patriarca Abramo e numerosi profeti, alla storia della salvezza e alle grandi tradizioni religiose dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam». E citando il Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio del 2019, il Papa ha chiesto di «camminare insieme, come fratelli e sorelle, nella «forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace, della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune». Affermazione, questa, dove si avverte ancora una volta chiaramente il perché dell’urgenza di questa trentatreesima visita apostolica di papa Francesco. Perché nel tempo in cui il mondo intero sta cercando di uscire dalla crisi della pandemia da Covid-19, proprio da questo Paese che ha patito i disastri delle guerre, il flagello del terrorismo e dei conflitti settari basati su un fondamentalismo che ha generato morte, distruzione e macerie tuttora visibili non solo a livello materiale, il Papa vuole parlare all’intera famiglia umana e dire forte oggi che «la diversità religiosa, culturale ed etnica, come quella che ha caratterizzato la società irachena per millenni, è una preziosa risorsa a cui attingere, non un ostacolo da eliminare». Che oggi proprio l’Iraq, faglia e cerniera di rilevanza geopolitica «è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile».

Papa Francesco e Barham Ahmed Salih Qassim, attuale presidente dell’Iraq. In seguito Francesco ha pronunciato il suo primo discorso ufficiale alle autorità civili, al corpo diplomatico e alla società civile in terra irachena

Papa Francesco e Barham Ahmed Salih Qassim, attuale presidente dell’Iraq. In seguito Francesco ha pronunciato il suo primo discorso ufficiale alle autorità civili, al corpo diplomatico e alla società civile in terra irachena - Reuters

E proprio dall’Iraq il Papa vuole ribadire con forza attingendo sempre dal Documento firmato ad Abu Dhabi che «la religione, per sua natura, dev’essere al servizio della pace e della fratellanza». Che «il nome di Dio non può essere usato per «giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione» e che «al contrario Dio, che ha creato gli esseri umani uguali nei diritti e nella dignità, ci chiama a diffondere amore, benevolenza, concordia». E che anche in Iraq «la Chiesa cattolica desidera essere amica di tutti e attraverso il dialogo collaborare, in spirito di rispetto nei riguardi delle altre religioni, per la causa della pace». Perché «l’antichissima presenza dei cristiani in questa terra e il loro contributo alla vita del Paese costituiscono una ricca eredità, che vuole poter continuare al servizio di tutti». E «la loro partecipazione alla vita pubblica, da cittadini che godano pienamente di diritti, libertà e responsabilità, testimonierà che un sano pluralismo religioso, etnico e culturale può contribuire alla prosperità e all’armonia del Paese».

Il premier iracheno Mustafa Al-Kadhimi, rivolgendosi un mese fa ai membri del Consiglio dei Capi delle comunità cristiane presenti nel Paese aveva affermato aveva affermato che «l’Iraq non è Iraq senza i cristiani» e che gli iracheni sono forti della loro «pluralità culturale e religiosa, e rimarremo come simbolo di coesistenza, tolleranza e vera cittadinanza, nonostante tutte le insidie dei gruppi oscuri che hanno fallito nei loro progetti di distruzione del nostro stupendo Paese». «La presenza delle comunità cristiane autoctone in Iraq fin dai tempi apostolici – aveva rimarcato il leader politico iracheno – conferma la capacità di apertura che connota le civilizzazioni succedutesi fin dai tempi antichi nello spazio territoriale della Mesopotamia». Solo questo può portare ad un sano sviluppo.

Per il Papa quindi è questo il momento di dire «basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze! Si dia spazio a tutti i cittadini che vogliono costruire insieme questo Paese, nel dialogo, nel confronto franco e sincero, costruttivo. A chi si impegna per la riconciliazione e, per il bene comune, è disposto a mettere da parte i propri interessi». Da qui il Papa si è rivolto alla Comunità internazionale che ha «un ruolo decisivo da svolgere nella promozione della pace in questa terra e in tutto il Medio Oriente». «Come abbiamo visto – ha affermato Francesco – anche durante il lungo conflitto nella vicina Siria, (dal cui inizio si compiono in questi giorni ben dieci anni!) le sfide interpellano sempre più l’intera famiglia umana. Esse richiedono una cooperazione su scala globale al fine di affrontare anche le disuguaglianze economiche e le tensioni regionali che mettono a rischio la stabilità di queste terre». E ha chiesto che «le nazioni non ritirino dal popolo iracheno la mano tesa dell’amicizia e dell’impegno costruttivo, ma continuino a operare in spirito di comune responsabilità con le autorità locali, senza imporre interessi politici o ideologici».

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