lunedì 7 ottobre 2019
Tanti in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la carezza d’amore della Chiesa
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La bocca di Elsa si apre in un sorriso largo. Gli occhi si illuminano. Più ancora delle parole è la mimica del viso a rivelare quanto profondamente abbia vissuto la Messa con cui papa Francesco ha aperto il Sinodo sull’Amazzonia, i cui lavori sono cominciati oggi. Elsa, del popolo Xerente, della regione brasiliana del Tocantins, ha presentato i doni all’offertorio, a piedi scalzi come nella tradizione indigena. “Non avrei mai immaginato di entrare a San Pietro e vedere il Papa faccia a faccia”, dice in un portoghese cantilenante. “Mi sono commosso”, afferma Adriano, anche lui brasiliano ma dell’etnia Karipuna, duramente colpita dagli incendi di quest’estate. Per questo, ha sussultato quando ha udito il Pontefice affermare, durante un’appassionata omelia, con ampie aggiunte a braccio: “Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo”.

Il popolo di Dio è emerso in tutta la sua cattolicità, cioè universalità, ieri a San Pietro dove uomini e donne con tratti, lingue, ornamenti differenti si sono ritrovati per cominciare con l’Eucaristia, il cammino sinodale. Insieme al Papa, hanno concelebrato il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario del Sinodo, il suo relatore generale, il cardinale Claudio Hummes, e i due segretari speciali, monsignor David Martínez de Aguirre, vicario apostolico di Puerto Maldonado e il gesuita Micheal Czerny, “nuova porpora”, create nell’ultimo Concistoro di sabato. Tutti i tredici neo-cardinali, inoltre, hanno partecipato alla Messa, nei banchi sul lato sinistro dell’altare.

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Prendendo spunto dalla lettera di Paolo a Timoteo, l’omelia di Francesco si è concentrata sull’essenza della missione, dono gratuito da donare, a sua volta, nel servizio a Dio e ai fratelli. Ma anche dono da ravvivare con il fuoco dello Spirito. “Non spirito di timidezza ma di prudenza”, ha sottolineato Bergoglio, parola quest’ultima da non confondere con l’indecisione, con un atteggiamento difensivo. “E’ la virtù del Pastore, che, per servire con saggezza, sa discernere, sensibile alla novità dello Spirito”. Per questo, “ravvivare il dono nel fuoco dello Spirito è il contrario di lasciar andare avanti le cose senza far nulla”. Da qui la preghiera a Dio, “che fa nuove tutte le cose”, affinché ci doni “la sua prudenza audace; ispiri il nostro Sinodo a rinnovare i cammini per la Chiesa in Amazzonia, perché non si spenga il fuoco della missione”.

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Il fuoco della missione riscalda senza divorare poiché “quando senza amore e senza rispetto si divorano popoli e culture, non è il fuoco di Dio, ma del mondo”. Da qui lo scarto incolmabile tra evangelizzazione e colonizzazione. “Quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi”. Una tentazione antica e sempre nuova: ogni missionario, ogni cristiani deve fare i conti con la scorciatoia anti-evangelica di “bruciare la diversità per omologare tutti e tutti”.

In conclusione, il Papa ha fatto memoria dei tantissimi cristiani che hanno dato la vita per l’Amazzonia. A tal proposito, ha ricordato la “buona abitudine” del cardinale Hummes che, quando visita una città amazzonica, come prima tappa, si reca al cimitero a pregare sulle tombe dei missionari. E’ il sangue dei martiri a infondere speranza ai “tanti fratelli e sorelle in Amazzonia” che “portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa. Per loro, con loro, camminiamo insieme”.

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