La legge vale anche per i ministri
sabato 14 luglio 2018

L’iniziativa del presidente Mattarella lucidamente accolta dal presidente del Consiglio Conte, nello sbarco dei 67 migranti dalla nave Diciotti a Trapani, è densa di significato sul piano politico, giuridico, umano.
Politico, per primo. Questo governo partorito da una gestazione tribolata è un ibrido bicipite; spartisce il potere su contratto, tenendo ciascuno di mira i suoi obiettivi, con qualche guardinga insofferenza per il prepotere del partner. Vedi la puntigliosa ricognizione delle competenze nel confuso miscuglio di ordine pubblico, marina, regime dei porti, guardia costiera, relazioni con l’estero, difesa, giustizia, che ha caratterizzato la vicenda della nave militare italiana bloccata senza permesso di approdo. Qualcosa di mai accaduto, «surreale come una storia di Pirandello», dice il sindaco di Trapani. Ma in luogo della geniale finezza del Nobel siciliano, le battute del teatro politico sono risuonate grevi e rozze, come in una recita cruda e un po’ caotica.

Un governo, si sa, è fatto per guidare, per gestire, per "amministrare" il Paese, l’intero Paese. Il Capo dello Stato, vertice dell’amministrazione, rappresenta l’unità nazionale. La disunione degli organi di governo è un vulnus che può abbassare la dialettica politica interna al rango dei diverbi condominiali, fatta salva la scala dei guai che producono. Il Presidente è lì per ricomporre, rimettere ordine; far stare a cuccia i ringhiosi e svegliare i sonnolenti. Da questo punto di vista ridà dignità a una politica quando lo stile rischia di diventare insopportabile.

Sul piano giuridico: una nave italiana, in un porto italiano, che non può sbarcare i naufraghi perché un ministro italiano ne vuole a tutti i costi alcuni in galera come «ammutinati» che hanno «dirottato la nave» è un concentrato di incoerenze. Non solo linguistiche: giuridiche. Non è sua la competenza a giudicare, è della magistratura. L’immagine dei naufraghi tratti in salvo che sentono l’intenzione di riportarli in Libia, cioè nello stesso inferno cui sono sfuggiti (e di quale inferno si tratti è testimone l’alto Commissario Onu per i diritti umani, con parole da tragedia) e resistono preferendo morire, è vicenda che la giustizia giudicherà.

Ma per chi conosce la Legge del Mare che impone il soccorso (art. 98), e la Convenzione europea sui diritti umani che vieta il respingimento («non-refoulement») dei migranti, anche in mare, verso Paesi dove sarebbero esposti a trattamenti disumani o degradanti - e proprio l’Italia ne sa qualcosa, condannata dalla Corte di Giustizia con una memorabile sentenza della Grande Chambre nel febbraio 2012 -, la riconsegna verso i campi di detenzione libici sarebbe stata il vero crudele delitto.

La legge vale per tutti, compresi i ministri. Essi esercitano un ufficio, e devono capire il limite, dove l’uso può sconfinare in abuso; chissà se è zelo, l’accanimento contro i disperati dei barconi; o chissà se è propaganda la bugia di una "emergenza" attuale smentita dalle cifre. Il Capo dello Stato, vertice delle Forze armate, e vertice del Csm che è presidio della indipendenza della magistratura, a custodia delle leggi, di tutte le leggi, per Trapani ha ridato il primato al diritto, in luogo che alla forza.

Ma c’è ancora un altro senso, quello umano. Forse le paure attizzate, forse il gradimento popolare per l’efficacia pagante dei pugni sul tavolo nel gioco brutale del rimpiattino europeo a scansare migranti, non ci avverte più che il nostro orizzonte si va tingendo di sangue, il cielo si fa nero, il cuore si fa di pietra. Viene il momento in cui l’ansia, l’ordine, la sicurezza, la gestibilità europea (anzi mondiale), delle migrazioni, dovrà fare i conti con le promesse tradite di appianare le disuguaglianze. La nave bloccata è un simbolo, come pure il lager oltremare. Sono la regressione della civiltà post-umana alla brutalità di quella pre-umana della pietra e della clava.

È una perversione evoluta, l’invito a non rispondere più agli SOS. O il marchio di 'clandestino' su tutti gli scampati, meno forse che sulle magliette rosse dei bimbi estratti morti dall’acqua, avviati alla più rapida e residua 'pacchia' della sepoltura. Il Presidente della Repubblica non è una statuina simbolica, una ceralacca o una firma sulle Gazzette. È un uomo, sa come noi che la perdita di un bambino sciupa il cosmo, e che salvare un uomo è salvare il mondo. In tempi di confusione politica e di caos etico, su una sola cosa ha ragione il ministro Salvini che si dice rimasto 'stupito': lo stupore. Salvare vite umane si può ben dire che è rimasta l’ultima cosa stupenda, in tempi di cuori di pietra.

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