Utero in affitto: non si può parlare di veri donatori ma solo di venditori
sabato 11 settembre 2021

Gentile direttore,
ho letto con interesse l’articolo di Carlotta Cappelletti (“Avvenire” dell’8 settembre 2021) in merito alla fiera sull’utero in affitto. Niente di nuovo né grandi sorprese per chi studia da anni questi temi, ma il testo è importante perché con lucidità e chiarezza solleva il velo su questa pratica e sulle sue numerose implicazioni negative, purtroppo da molti ignorate o sottovalutate. Mi preme sottolineare un ulteriore elemento di riflessione, nell’articolo penso sottinteso ma non esplicitato. Cappelletti, come molti altri, parlando di chi fornisce i gameti, usa la parola “donatore”. La donazione è un atto nobile, generoso, motivata da un forte senso di altruismo ed è veramente tale se fondata nella piena libertà della persona. Un chiaro esempio di ciò sono i donatori di sangue ed emoderivati che dedicano tempo ed energie (e danno il loro sangue) per aiutare persone malate. In Italia ciò avviene in modo totalmente gratuito e qui possiamo parlare di autentica donazione. Nel caso della procreazione medicalmente assistita e dell’utero in affitto invece non avviene niente di tutto questo. Chi fornisce i gameti o offre l’utero non lo fa per altruismo, ma per soldi. Sarebbe meglio chiamare le cose col loro nome e usare il termine preciso che corrisponde alla realtà di cui si parla: venditori. Inoltre è notoria la non-libertà di molte donne che, spesso in situazione di indigenza, vendono i propri ovociti o affittano l’utero. Le confesso, da donatore di sangue da oltre 30 anni il mio personale fastidio quando lo stesso termine è usato per noi e per chi di fatto vende.

Marco Cerruti Issr della Toscana


In realtà, gentile professor Cerruti, qualche raro caso di “donazione” c’è nella sempre più stordente e disumana “fiera” della procreazione artificiale e della gravidanza per altri, questa definitiva forma di colonizzazione mercantile dei corpi delle donne. Casi così rari da non riuscire affatto a nascondere una realtà di sfruttamento e di affarismo. Conduciamo da molti anni sulle pagine di “Avvenire” una battaglia via via meno solitaria su questi temi. E troviamo sempre nuovi alleati e alleate. Questo mi conforta e mi sprona. Voglio perciò essere onesto con lei: ciò che per me è insopportabile non sono le parole usate per descrivere certe pratiche e la compravendita che ne consegue, ma che l’ingiustizia continui. Sono perciò d’accordo con lei sul fatto che è giusto parlare di “vendita” e non di “dono” a questo proposito, ma penso anche che dobbiamo concentrarci su chi compra e rivende gameti umani e «bambini à la carte». Questo commercio va bandito totalmente e ovunque. E il bando deve diventare norma internazionale, ma prima di tutto scelta consapevole e motivata. L’utero in affitto deve essere chiaramente ripudiato dalle coscienze, così come alla fine è stato per la schiavitù.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI