Un sistema ormai al bivio
martedì 6 dicembre 2022

La notizia ha fatto il giro dei mezzi di informazione, tanto era sorprendente. Peccato fosse solo sulle pagine dei giornali occidentali. Non ha infatti avuto conferme ufficiali l’annuncio da parte del procuratore generale Montazeri dell’abolizione della temuta e detestata “polizia morale” iraniana ( Gashte Ershad), che ha il compito di verificare che vengano rispettate le rigide indicazioni sugli atteggiamenti e sull’abbigliamento soprattutto femminile. La presunta riforma è stata largamente ignorata dalla stampa conservatrice, mentre la riporta solo qualche residuo foglio moderato, sopravvissuto alle chiusure forzate da parte della magistratura dell’Iran.

L’intera vicenda è comunque rivelatrice di una crescente divisione fra il gruppo dei conservatori al potere, i quali hanno ormai marginalizzato e silenziato tutte le correnti politiche più moderate e pragmatiche (o anche solo ragionevoli) della élite politica post-rivoluzionaria. A questo proposito, la lettura del giornale ultrareazionario “Kayhan”, ossia la voce della parte più oltranzista e brutale del sistema di potere della Repubblica islamica, è rivelatrice dello scontro in atto su come rispondere alle proteste popolari che da mesi infiammano il Paese. Dalle colonne di quel giornale il potentissimo direttore Shariatmadari – da sempre una delle voci più dure contro ogni tentativo di riforma – ammonisce chi cerchi un compromesso per spegnere le proteste. Chiunque tenda la mano ai giovani che nelle piazze mostrano la propria esasperazione compirebbe un errore gravissimo, dato che chi protesta sarebbe solo un traditore al soldo delle potenze straniere che vogliono la distruzione della Repubblica islamica.

Nel suo editoriale di ieri, Shariatmadari ha scritto che solamente la repressione da parte della polizia e l’arresto di tutti coloro che scendono nelle piazze possono riportare la tranquillità. E che i traditori non potranno essere perdonati. Giorni prima aveva scritto che non puoi avvicinare la mano al serpente per mostrare amicizia, ma solo tagliargli la testa prima che ti avveleni. E le parole che pubblica “Kayhan” rispecchiano generalmente il sentire dei vertici dei pasdaran e della Guida suprema, il declinante ayatollah Ali Khamenei.

Questi è da sempre convinto che ogni concessione alle “riforme” non porterà altro che nuove e più radicali richieste. Del resto il “nezam”, ossia il sistema di potere, è ormai ben consapevole di avere contro la maggior parte degli iraniani, che non ne sopporta più la brutalità, la corruzione, la retorica vuota che copre una situazione economica catastrofica e un avventurismo in politica estera che ha coalizzato gran parte dei Paesi vicini contro Teheran. Ma proprio per questo il regime fatica a rinunciare ai propri simboli ideologici, come il rifiuto di accettare Israele, il no alla cultura occidentale, il velo imposto alle donne.

Questi simboli sono però come le quinte di un teatro: dietro la facciata non rimane molto altro a una rivoluzione che ha tradito quasi tutte le sue promesse. Quanto non hanno più paura di chiedere i giovani che sfidano la brutale repressione nelle strade, rischiando la vita o l’arresto, va molto oltre la semplice richiesta di più libertà, o di una politica economica meno fallimentare. Essi contestano la natura stessa della Repubblica islamica. In pratica, in Iran si sono sommate tre crisi. Quella economica gravissima che ha impoverito drammaticamente il ceto medio e quella sociale dovuta all’esasperazione per le interferenze nella vita quotidiana soprattutto dei giovani, ma anche una crisi politica aggravata proprio dalla decisione di Khamenei di marginalizzare riformisti e moderati.

I quali erano sì delle voci critiche e una sfida al suo potere, ma permettevano di tenere dentro al sistema chi voleva un cambiamento. In qualche modo, tollerare una diversità di vedute moderava l’opposizione stessa al regime, dato che si esprimeva al suo interno. Ora non è più così: da qui la crescente radicalità di chi protesta. E come sempre, il potere si divide fra “duri e puri” e dialoganti. E il vertice della Repubblica islamica dell’Iran si ritrova a un bivio la scelta drammatica è fra divenire sempre più una dittatura crudele e brutale o socchiudere la porta al cambiamento. E nessuno sa se sarà in grado di gestire irrigidimento o possibile apertura senza finirne travolta.

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