venerdì 25 novembre 2016
Nella riforma errori di metodo e di merito
Un modo improprio per cambiare sistema
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Verso il referendum: nella riforma errori di metodo e di merito La riforma della Costituzione, su cui voteremo il 4 dicembre, è un modo improprio per incidere sul sistema politico del nostro Paese. Non rilevano i profili tecnici delle singole proposte, bensì il disegno complessivo. Questa riforma non nasce dalla iniziativa delle forze politiche su un piano di pari rango, ma dal governo, come se fosse una parte del programma. Una riforma costituzionale di tale portata che investe quasi tutti i poteri dello Stato aveva bisogno di un consenso il più largo possibile.

La Costituzione del 1948 nacque non da una contingenza, ma dall’accordo di partiti anche molto distanti fra loro. E tuttavia riuscì la ricerca della “casa comune”, destinata quindi a durare nel tempo. La Costituzione, infatti, non è una legge qualsiasi che persegue obiettivi contingenti legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. Ecco perché anche il modo in cui si giunge a essa investe la stessa credibilità della Carta e quindi la sua efficacia. C’è poi un rilievo che attiene al contenuto della riforma stessa. Si trattava legittimamente di modificare struttura e funzioni del Senato. E da questo punto di vista la conferma referendaria poteva avere quella non equivocità del quesito che la giurisprudenza costituzionale richiede per ogni referendum. Invece i punti riformati sono tanti, sicché l’elettore deve scegliere con un solo voto questioni diverse. La parte relativa alle Regioni non esiste. In realtà, sono stati sovvertiti gli enti locali complessivamente. Le Province sono state soppresse senza che ce ne fosse bisogno, ma – come è stato detto – ad ostentationem.

Le Regioni sono state collocate nel limbo. Allo stato delle cose, i senatori non vengono eletti, ma nominati in sede regionale. Certo, l’ordinamento regionale è stato un fallimento, ma il governo non ha precisato quali fossero i modi dell’autonomia tributaria e della possibilità di un’autonomia differenziata. Le aree metropolitane sono, poi, un oggetto misterioso. La riforma doveva limitarsi al Senato. Così il referendum è divenuto una scelta acritica, che nella sostanza si propone come un plebiscito sull’attuale governo. Penso, comunque, che riformare la Costituzione non sia una priorità per il nostro Paese.

La propaganda per il Sì riconduce poi il referendum a extrema ratio della politica e persegue per via impropria un assetto politico dove non c’è spazio per altri partiti se non per quello forte al governo. Se dovessero, come mi auguro, prevalere i No, non succede la fine del mondo. Ci sarà una liberazione all’interno della sinistra e una assunzione di responsabilità da parte delle nuove forze politiche.

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