La lezione di don Puglisi, martire. Un metodo per i preti di domani


Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, postulatore della causa di canonizzazione di don Pino Puglisi giovedì 15 settembre 2016
«La cosa più difficile non è essere dei fenomeni o degli eroi. La cosa più difficile è essere normali», scriveva in un suo libro qualche anno fa la rockstar Vasco Rossi. Parole che mi sono rimaste impresse, insieme a qualche sua canzone, per una considerazione: non avesse bisogno neppure di martiri, oltre che di fenomeni ed eroi, il mondo sarebbe il paradiso terrestre. Un luogo popolato di gente con senso civico, impegnata a compiere ogni giorno il proprio dovere, magari con tanti sacrifici, nutrendo ideali di moralità e di probità. Sembra utopia, ma questo mondo è esistito. Esiste. È abitato da gente che non cerca e non ha la gloria dei riflettori e la fama della mondanità. Sono i tanti uomini e donne che quotidianamente, nel silenzio e nel sacrificio, pur se invisibili si vestono da timidi eroi della normalità. Proprio come don Giuseppe Puglisi, ucciso dai clan il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Quando muore, da qualcuno viene definito «prete antimafia». Eppure, da vivo, nell’esercizio del suo ministero si muove su due versanti: quello dello stile della testimonianza cristiana e quello della promozione umana, ovvero amore per il prossimo e legalità. Porta ai piedi scarpe bucate, non dispone di un nutrito guardaroba, indossa pantaloni e cintura unte e bisunte, ha appena spiccioli nel portafoglio, spesso resta in mezzo alla strada perché l’auto non ha più benzina. E poi: promuove missioni popolari tra la gente, per annunciare in ogni famiglia la genuina Parola di Dio, e punta sulla moralizzazione delle feste popolari - per non sprecare inutilmente il denaro per cantanti, spettacoli e fuochi d’artificio - oltre che sulla formazione remota e prossima alle celebrazioni sacramentali. Ma il parroco di Brancaccio è molto di più che l’esempio di una Chiesa che predilige, anche pastoralmente, lo stile della sobrietà: egli analizza scientificamente i reali bisogni della gente; corresponsabilizza e coinvolge la società civile e i fedeli laici invogliandoli a partecipare alla vita del quartiere, affidando loro ruoli di responsabilità e formandoli a vivere i momenti civici per far sentire la voce comunitariamente (non di una sola voce) su particolari temi sociali; lavora senza sosta perché migliorino le condizioni di vita del territorio. Sa coniugare evangelizzazione e promozione umana in una stagione di grandi trasformazioni. Forma soprattutto i giovani, anche con campi estivi, rendendoli consapevoli della situazione e invitandoli a costruire una società più giusta scegliendo da che parte stare, esponendosi, 'sporcandosi le mani' perché, ripeteva, 'se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto'. Un uomo, un prete, un martire, un santo: Puglisi è un presbiteropastore innamorato del Signore, che si prende cura dei fedeli della sua parrocchia, soprattutto dei più fragili ed indifesi come i ragazzi ed i giovani, li guida, li serve, va loro incontro - mafiosi inclusi con il dialogo, il suo apostolato e il suo coraggio. Non è dunque la lotta alla mafia la parola profetica di 3P, ma la sua pienezza sacerdotale, il suo intrepido annuncio della salvezza, la sua proposta educativa. Quanto mai eloquenti le parole pronunciate nell’ultima omelia: «Vorrei sapere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi vuole educare i vostri bambini alla legalità. Chi usa la violenza non è un uomo». Ecco: questo è il 'metodo Puglisi'. Il sacrificio del sacerdote palermitano insegna il vero stile dell’impegno cristiano, che non alza muri e steccati, non scava trincee, ma parla il linguaggio mite dell’amore verso la Chiesa e la comunità. Attraverso l’annuncio del Vangelo, la formazione, l’azione solidaristica, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza quotidiana, don Pino intendeva arginare l’ingiustizia e lo faceva criticando gli eccessi della ricchezza e denunciando i crimini, avendo come stella polare Cristo. Sta qui la differenza tra i tanti martiri civili come i magistrati e gli appartenenti alle forze dell’ordine uccisi dai clan - e il martire prete cristiano, districandosi tra l’entusiasmo di chi li farebbe coincidere e la diffidenza di chi sospetta un’indebita commistione o una prevaricazione dell’uno sull’altro. Don Pino Puglisi è un profetamartire, inventore di un metodo pastorale, ed è stato fermato violentemente per l’odio nutrito nei confronti della sua volontà di restare comunque fedele agli insegnamenti evangelici. Dove la malapianta ha messo radici - ormai dappertutto e in tutti gli ambienti - questo metodo darà i suoi frutti. Esso rappresenta un vero e proprio antidoto silenzioso (ma contagioso) alle derive della civiltà contemporanea, in grado di mettere in crisi la cattiva semina del Maligno. Sembrava impossibile, potesse vincere l’eroica normalità. Invece così è stato, è ancora e sempre sarà, grazie a don Pino Puglisi. Grazie a un prete così.
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