martedì 29 marzo 2011
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Gentile direttore,le parole di Benedetto XVI a sostegno dei precari e dei disoccupati sono più che condivisibili e meritano un’ampia discussione a tutti i livelli della Chiesa, clero e laici. Non si tratta soltanto di aiutare alcune persone in difficoltà momentanea, ma di affrontare un problema di fondo. Non è necessario aver letto Marx per capire che l’economia di mercato (alias capitalismo delle nazioni "cristiane" dell’emisfero nord) ha bisogno di poveri, affamati e senza avvenire, per alimentate i propri profitti. Alcuni di questi poveri si trovano tra di noi, ma il maggior numero vive nei Paesi a demografia galoppante. Penso che la Chiesa debba affrontare questo problema con più coraggio e apertura, senza paura di perdere il sostegno dei cattolici conservatori che difendono solo gli interessi del loro circolo ristretto. Cordiali saluti.

Pier Giorgio Innocenti

Le ricordo, gentile signor Innocenti, un testo potente, e al tempo stesso «coraggioso e aperto», che ben propone la chiarissima posizione della Chiesa cattolica in tema di equità sociale, di regole che umanizzino l’economia, della moralità che comporta il fare impresa, di rispetto dei diritti di chi lavora: la Caritas in veritate. Le parole rivolte da Papa Benedetto agli operai di Terni – che gli hanno reso visita lo scorso sabato 26 marzo – sono un’eco concreta e la coinvolgente continuazione del formidabile ragionamento sviluppato in quell’enciclica. Che – come forse lei sa, o forse no – è risultato (ed è più che mai) assai sgradito ai signori del capitalismo selvaggio e a tutti coloro che rifiutano l’idea stessa di una morale che governa i rapporti (anche) economici fondandosi sul rispetto – mai negoziabile – della vita e della dignità della persona umana. Potrei citarle, poi, le riflessioni e gli appelli elaborati a questo proposito dalla Chiesa italiana. Le iniziative di sostegno per famiglie e imprese piegate dalla crisi dalla quale stentiamo ancora a uscire (forme di assistenza promosse dalla Cei e dalle diocesi e capaci di coinvolgere e "provocare" altre istituzioni, impegni di carità cristiana, certo, ma al tempo stesso civili e disinteressati "investimenti" su quell’umanità, su quella capacità di essere e di fare e di non arrendersi). E, infine ma non per ultime, potrei rammentarle le straordinarie esperienze di "mercato dal volto umano" frutto dell’impegno imprenditoriale e cooperativo di famiglie e comunità di credenti sostenute moralmente e materialmente nelle situazioni più ardue e, a volte, anche ostili esclusivamente dalla Chiesa.Lei, di sfuggita, cita a mo’ di maestro Carlo Marx. E io reputo indubbiamente utile conoscere le "lezioni" di un grande pensatore materialista, che è all’origine di una utopia tragicamente realizzata e drammaticamente sconfitta dalla storia, ma considero ancora più utile – soprattutto per chi, come lei, coltiva ideali – seguire la elaborazione e la "lezione" vive e attualissime dei cattolici – consacrati e laici – e la loro concreta azione e testimonianza nel mondo e nella nostra società italiana. Anche per questo – glielo ricordo per amor di verità e non per polemica – vedere che lei associa, come se fosse un dato assodato, l’idea di un capitalismo sfruttatore e rapace all’aggettivo "cristiano" mi induce a dubitare della vera "molla" di questa sua lettera... Ma no! Diciamo che le è semplicemente sfuggita la penna, oltre a qualche precedente "puntata" dell’incessante predicazione di giustizia che da Leone XIII a oggi ha scolpito la Dottrina sociale cristiana e delineato la via praticabile a un’economia al servizio dell’uomo, nella quale libertà e diritti conoscono limite e senso grazie a una regola più alta e ben declinata. Un’altra economia di mercato è possibile, basta avere i valori giusti (che non sono quotati in Borsa...). E i cattolici li hanno: come le ho ricordato, partono da un non mercanteggiabile «giusto valore». Ricambio il suo cordiale saluto.
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